Nothing But Thieves (Philip Blake; Joe Langridge-Brown)
Il prossimo 2 dicembre il pubblico italiano vedrà finalmente i Nothing But Thieves esibirsi al Circolo Magnolia di Milano. In attesa di questo evento, abbiamo incontrato per voi Joe Langridge-Brown e Philip Blake: ecco cosa ci hanno raccontato.
Articolo a cura di Paolo Stegani - Pubblicata in data: 10/11/17

Ciao ragazzi, benvenuti su SpazioRock.it! E' un piacere.
Lo scorso giugno avete suonato all' I-Days Festival a Milano. Com'è andata? In scaletta c'erano anche i Linkin Park del prematuramente scomparso Chester Bennington...

 

P: Infatti è una giornata che non potremo mai dimenticare, quello è stato uno dei loro ultimi show e l'ultima volta in cui abbiamo visto Chester. Era molto tempo che non ci vedevamo, almeno 10 anni, per cui era strano anche vedere i loro nomi nei camerini, il loro bus... Ricordo anche di aver parlato con Mark Hoppus e Travis Barker dei Blink 182, dopo il nostro show. Non so bene dire perché, ma quel giorno c'era un'atmosfera davvero nostalgica.

 

J: Un'altra cosa che ricordo con precisione è che faceva davvero caldo! (ride, ndr) Abbiamo dovuto fare una grande scorta di bottigliette d'acqua, e sul palco era un continuo reidratarsi altrimenti ci saremmo fusi come plastica.... Il pubblico italiano è grandioso, quando tutti battevano le mani a ritmo sembrava quasi un terremoto. Ci si sente i benvenuti, ogni volta.

 

Questo è un grande anno per voi, sta infatti per uscire il vostro nuovo album "Broken Machine". In cosa pensiate che si differenzi dal vostro album di debutto?

 

P: Senza dubbio è un disco più hard rock, con sonorità più dure. C'è però ancora quella ecletticità che vogliamo mantenere. Siamo stati più coraggiosi e abbiamo osato di più, il che ci ha spinto oltre i nostri limiti. Abbiamo scelto anche un particolare tipo di registrazione, suonando in uno spazio piuttosto ristretto così che il suono ne uscisse più compresso. In generale, ogni canzone è nata mentre eravamo in tour, rispecchiando il nostro umore dopo ogni show, e siccome ogni concerto è andato molto bene i brani rappresentano la serenità di quel periodo.

 

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Uno dei singoli di maggior successo tratti dall'album è "Sorry". Com'è nato questo brano?

 

P: È stata una cosa piuttosto rapida. Ricordo che stavamo scrivendo un'altra canzone e poi ci siamo mossi verso questa nuova idea. Crea un'atmosfera particolare che secondo me è data dalla fusione perfetto fra le parole e la musica.

 

J: Esatto, esistono quelle canzoni in cui le parole e la musica si incastrano esattamente come in un puzzle, e "Sorry" è una di queste. Ascoltandole insieme sul Macbook ci siamo accorti che funzionava; quando ci siamo trovati in studio ci siamo premurati di mantenere quel mood.

 

Non eravate sicuri di rilasciare "Amsterdam" come primo singolo: perché?

 

J: È stata la prima canzone dell'album che abbiamo registrato e a dire la verità eravamo addirittura incerti se inserirla nella tracklist. Ci siamo trovati con un pezzo molto più energico rispetto agli altri del nostro repertorio, ma ci convinceva a tal punto che abbiamo voluto tentare, ed è andata più che bene. Per questa ragione abbiamo voluto osare anche nel videoclip, creando un'atmosfera onirica grazie all'aiuto del regista. E' stato davvero divertente, e probabilmente ci rivolgeremo a lui per i prossimi video.

 

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Come mai avete scelto di intitolare il nuovo album "Broken Machine"?

 

P: È un album dalle sfumature piuttosto eterogenee, che tratta i temi più disparati. Alcune canzoni parlano di religione, altre di lotte di classe... Quando però abbiamo scritto la canzone "Broken Machine" ci sembrava che quella potesse essere "la mamma" di tutte le altre, perchè sintetizza l'idea di un sistema che fallisce sotto diverse forme.

 

So che questa è la vostra prima esibizione allo Sziget Festival...

 

J: Sì, esatto. Ci sono arrivati moltissimi messaggi dei nostri fan che sono contenti di poterci vedere finalmente anche in Ungheria in questo festival. Il tour proseguirà per diversi mesi e il fatto che molte date siano sold-out ci fa pensare. Funziona così: quanto più diventi famoso tanto più le cose si fanno strane. Ce ne siamo accorti soprattutto nei concerti a Tokyo e nella Corea del Sud, zone lontane 20 ore di volo da casa dove trovi persone che sanno chi sei e che sanno a memoria le parole delle tue canzoni. Non possiamo che ritenerci molto soddisfatti.

 

Grazie per il vostro tempo ragazzi! A presto!

 

J&P: Grazie a voi!




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