Marlene Kuntz (Cristiano Godano)
Appuntamento da non perdere il 25 novembre per il concerto a scopo benefico dei Marlene Kuntz alle OGR di Torino: un'occasione per chiacchierare con Cristiano Godano, leader e anima del gruppo piemontese. Mai banale e senza peli sulla lingua, il frontman affronta vari temi, spaziando in molteplici direzioni. Dall'ultimo album "Lunga Attesa" all'importanza dei testi, dall'incontro con altre espressioni artistiche al racconto dei dischi del passato: un'approfondita intervista che affronta a 360° il mondo della rock band italiana internazionale per antonomasia, che ha fatto dell'inclassificabilità il proprio marchio di fabbrica.
Articolo a cura di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 16/11/17
Ciao Cristiano e bentornato su SpazioRock.it.
Il 25 novembre parteciperete all'iniziativa "Musica e Parole per Castelluccio di Norcia" alle OGR di Torino: un'area di grande suggestione, dove in passato si riparavano le locomotive dei treni. Quale sarà il vostro approccio alla serata in un luogo così particolare e ricco di storia?

 

Siamo indubbiamente molto curiosi di scoprire questo posto di cui si sta parlando benissimo a Torino e dintorni. E una nuova location per la musica rock in Italia è un avvenimento piuttosto inconsueto di questi tempi, per cui la curiosità sarà accompagnata dall'entusiasmo. Cercheremo anche di immaginarla com'era un tempo, come si fa quando si visita un luogo storico provando a immedesimarci nel suo passato, e fantasticando.

 

I proventi dello show saranno devoluti in beneficenza: nobile iniziativa da cui certo non vi siete tirati indietro. Che differenza c'è nell'affrontare un live di questo tipo rispetto a quello di un classico tour?

 

L'esecuzione dei brani non viene alterata o stravolta da emozioni diverse rispetto a quelle di un tour classico, ma le stesse accompagneranno qua e là il nostro feeling dandogli sfumature nuove, non determinanti, ma di colore, per così dire.

 

Non è la prima volta che vi adoperate a favore delle popolazioni colpite da gravi sismi, in questo caso la ricostruzione di Castelluccio di Norcia. Vi è mai capitato di rimboccarvi le maniche per ricostruire qualcosa voi, in pratica o metaforicamente parlando?

 

Impostando la risposta con una battuta, penso a noi tre come a tre individui chi più chi meno sprovveduti con la manualità, per cui il verbo "ricostruire" appioppato a noi rischia di risultare un po' grottesco. Fuori dall'ironia la risposta è purtroppo "no", e riflettendoci il mio pensiero va a chiunque si sia dato da fare in situazioni di disagio come i terremoti, andando sui luoghi del disastro per dare una mano quando possibile: gente encomiabile, ammirevole, lodevole.

 

A proposito di concerti, da qualche mese avete terminato un giro per vari club d'Italia per festeggiare i vent'anni dell'album "Vile". Cosa ruppe le vostre inibizioni al punto da spingervi a rilasciare un secondo disco dalle tematiche talmente coraggiose?

 

Dici? Non sono in grado di percepire le tematiche di quel disco come "coraggiose": fu semplicemente quello che in quel momento del nostro percorso artistico ci sentimmo di fare, perché conforme all'urgenza espressiva che lo animava. Ogni nostro disco è in stretta connessione con ciò che siamo in un dato frangente della nostra vita di uomini e di artisti, non nel senso che fotografa esattamente chi siamo, ma nel senso che proviene da persone che non sono mai perfettamente uguali a chi erano in precedenza, coi loro stati d'animo del momento, con le loro capacità intellettuali del momento, con i loro desideri del momento, coi loro limiti del momento.

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Un paio di settimane fa avete partecipato, al Teatro Ambra Jovinelli" al "Il Castello di Vogelod", un viaggio musicale nella pellicola muta di Murnau, contribuendo alla sonorizzazione live. Cosa avete trovato più stimolante di questa esperienza?

 

Il fatto che a differenza di altre nostre sonorizzazioni questa si avvantaggiasse di una regia, di una scenografia e di un attore davvero bravo come Claudio Santamaria: elementi nuovi che ci hanno permesso di vivere l'esperienza in modo più stimolante ancora.

 

Avete indossato numerosissime vesti nel corso degli anni, incrociando di fatto nel vostro percorso qualsiasi forma d'arte. Forse la definizione di gruppo rock potrebbe essere limitante? E come considerate voi stessi? Una sorta di collettivo aperto alle sperimentazioni?

 

Siamo dei musicisti rock che variegano la loro proposta. La parola "collettivo" non mi sembra appropriata per noi e la nostra storia: siamo a tutti gli effetti un gruppo molto chiuso e coeso di persone, tre, che si frequentano (artisticamente e non solo) da più di venticinque anni.

 

Il vostro ultimo lavoro, "Lunga Attesa", ha mostrato un ritorno al rumorismo degli anni Novanta, ma con l'aggiunta delle ricerche sonore del nuovo millennio. In particolare "La Città Dormitorio" e "Sulla Strada Dei "Ricordi" appaiono crude e spigolose. Possiamo valutarla come un'opera senza compromessi? E quale tappa segna nel percorso evolutivo della band?

 

Semplicemente il nostro decimo disco. Mi soffermerei in particolare su questo fatto, abbastanza miracoloso: fare un certo tipo di rock qui in Italia, e arrivare alla ragguardevole cifra di dieci dischi (con l'undicesimo in preparazione), mantenendo su di noi sempre una certa attenzione mediatica, mi pare sorprendente. O perlomeno: noi ne siamo orgogliosi. I Marlene Kuntz non hanno mai avuto compromessi, nonostante le molte stupidaggini dette su di noi: può essere molto più "compromesso" fare sempre il tipo di dischi che il pubblico si aspetta da te (dunque, parlando di certa musica, sempre con le chitarre distorte e le tante urla a corredo per tranquillizzarlo e fargli capire che nulla è cambiato), che non provare ogni volta a non ripetersi. Il nostro disco "Uno", ad esempio, è un disco decisamente privo di compromessi, proprio perché è un disco che va per la sua strada, con coerenza creativa e artistica, senza preoccuparsi troppo di rassicurare chi si aspettava da noi le chitarre distorte. In quest'ottica "Lunga Attesa" non è un disco senza compromessi, è semplicemente un disco che vuole essere così com'è, coi timbri delle chitarre piuttosto ruvidi e cattivi, senza arrangiamenti tipo tappeti di tastiere o ingredienti elettronici o altri strumenti. Un disco in cui si ascoltano sempre e solo due chitarre, un basso e una batteria. Il prossimo, l'undicesimo, sarà tutta un'altra cosa, e le chitarre distorte con ogni probabilità saranno presenti in più che minima percentuale.

 

Ciò che sorprende di "Lunga Attesa" è la capacità di proporre dei brani diversi l'uno dall'altro a cui davvero è possibile concedere la patente di alternative: del resto non vi è mai importato seguire le mode, né tantomeno rinunciare a intraprendere strade inedite. Forse è per questo che quando si ode il sound dei Marlene Kuntz, un sound davvero che travalica i confini, la provenienza geografica non è riconoscibile?

 

Non siamo molto interessati a essere "alternative". Nel mondo alternative ci sono pose e cose ben poco stimolanti, perché ghettizzanti. Come ascoltatori di musica difficilmente di questi tempi ci accendiamo per le cose alternative: ambiamo da tempo a un suono più raffinato che non le sporcizie, a volte un po' paracule, di quel mondo. Dischi come "Senza Peso", "Bianco Sporco", fatti più di dieci anni fa, lo testimoniano. Per fare un nome al volo: se ascolti i dischi di P.J.Harvey il suono non è certo quello volutamente sgraziato di certi approcci indie (sebbene credo che stiamo usando questo termine con una accezione ormai fuori tempo massimo, un po' vetusta, ma tant'è: in Italia un certo suono grezzo sembra funzionare, come se fosse "il vero rock". All'estero il rock, a meno che non sia quello abbarbicato ideologicamente su posizioni retrograde o elitarie, non suona certo grezzo o sporco a tutti i costi...). Forse, però, nella tua domanda il riferimento è più a quel non so che che le nostre canzoni comunicano come sensazione: in quel senso è probabile tu abbia ragione. Siamo particolarmente inclassificabili qui in Italia, e se nel fighettume dell'underground non si fa fatica a liquidarci come band che ha detto tutto nei primi dischi, percepiti come i "veri" MK (e blablabla), nel resto del bacino di potenziali utenti di musica siamo percepiti come band anomala e un po' marziana. D'altronde non siamo il tipo di band che si può vedere facilmente nei contesti del pop conclamato, invitati a questo o a quell'evento: e di questo è forse anche un po' responsabile la nostra collocazione geografica, poiché Cuneo è un po' fuori dal mondo e poco connessa, per così dire. Quindi evviva i nostri veri fan, che di noi capiscono e apprezzano tutto quello che c'è da apprezzare. E evviva il tuo ritenere che il nostro suono travalichi i confini: è un riconoscimento che a noi fa sicuramente molto piacere.

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I testi rappresentano un ruolo centrale per i Marlene Kuntz: accurati e con eleganti riferimenti letterari, ma allo stesso tempo schietti e intensi. Urlate o bisbigliate il peso delle parole per voi è determinante. Possiamo dire che le vostre liriche si attaccano al corpo di chi ascolta? Esiste, o esisteva, un altro paroliere là fuori capace di sortirvi il medesimo effetto?

 

Si, credo si possa dirlo, e la cosa mi onora tantissimo: vista la deferenza che provo nei riguardi della letteratura, un risultato simile è per me molto importante. Al contrario io non sono mai stato così permeabile a questo effetto: temo che sia a causa del fatto che i miei idoli sono tutti stranieri, e non posso purtroppo pregiarmi di cogliere i loro testi nella loro pienezza. Però da adolescente alcuni cantanti italiani mi sono entrati molto dentro, uno su tutti Lucio Dalla: molte delle sue immagini e delle sue visioni hanno alimentato le mie fantasie di allora. Poi ricordo Edoardo Bennato e Rino Gaetano (quelli dei primissimi dischi), Vecchioni, De Gregori: curiosamente non Paolo Conte e De Andrè, che da giovane non avevo ancora scoperto.


Andando più a fondo in questa direzione, nel brano "Seduzione" avete affrontato il tema del linguaggio come potente mezzo di attrazione, non solo nel classico contesto uomo-donna, ma in termini generali. Strumento affascinante certo, ma forse anche pericoloso? Un contrasto di poli opposti che appartiene del resto all'universo dei Marlene stessi?

 

Se alludi a eccessi tipo la manipolazione delle masse o simili posso solo dire che il mio testo non pensava minimamente a questa eventualità. Se alludi a altro non vedo in cosa potrebbe essere pericoloso: forse mi sfugge qualcosa. Io desideravo esprimere il senso della seduzione del linguaggio in un contesto artistico, partendo dalla consapevolezza che un buon conquistatore ha fra le sue armi sicuramente l'uso di un linguaggio forbito e poetico capace di incantare. Ma anche uno scrittore di valore incanta il suo lettore, e questo è quello che ispirava me per la scrittura di quel testo.

 

Nel 2012 prendeste parte a Sanremo con "Canzone Per Un Figlio". Quale fu la molla che vi fece optare per una manifestazione tanto distante dalla vostra proposta? E quali impressioni avete tratto dal grande circo mediatico intorno al festival?

 

Promozione, null'altro che promozione. Desiderio e necessità di farci conoscere. Non abbiamo in Italia nessun David Letterman o Jools Holland dove poter andare, come tutti i gruppi dell'area anglosassone hanno, e dunque dove poter suonare davanti a milioni di persone. C'è solo Fabio Fazio, che mi risulti, che ogni tanto ospita (in genere credo in playback) qualche musicista non smaccatamente mainstream, ma per lui siamo troppo quella cosa che ho scritto prima, anomala e marziana. Questa è l'Italia. E per questo essere in procinto di fare l'undicesimo disco ha in se del prodigioso. Da Sanremo non abbiamo tratto un granché, se non una settimana di genuino divertimento in un contesto diverso dai nostri soliti, e la penosa sensazione di essere percepiti come marziani nonostante un pezzo del tutto abbordabile ("Canzone Per Un Figlio"), nato in sala prove per finire nel disco "Nella Tua Luce", e poi sfruttato per Sanremo, visto che ci venne offerta l'opportunità di partecipare.

 

Ormai sono trascorsi ventitré anni da "Catartica", un album che ancora oggi risulta sbalorditivo per veemenza e dinamismo. Quanto Sonic Youth e C.S.I. vi hanno realmente influenzato nel realizzarlo?

 

Più che i CSI qualcosa dei CCCP può aver influito: ma poco poco. Forse nei miei cantati: Sonica è una canzone in cui credo di cantare un po' alla Ferretti. Musicalmente però eravamo davvero altrove, e i CCCP (al giorno d'oggi, mi rendo conto, gruppo enorme) all'epoca mi arrivavano certamente meno rispetto alle sonorità americane (Sonic Youth, Fugazi, Soundgarden, Big Black, Swans, Thin White Rope, Helmet, Gun Club, il Paisley Underground, e ovviamente Nick Cave, australiano)

 

Sappiamo che i Marlene Kuntz conoscono rari momenti di riposo. Quali sono i vostri prossimi progetti? Potete anticiparci niente riguardo ad un vostro futuro nuovo album?

 

Ci stiamo lavorando, ma ci stiamo imponendo di non avere fretta (ed è difficile imporsi una cosa del genere al giorno d'oggi). Nella nostra volontà c'è il desiderio di fare un disco molto intenso e poco "sorridente". Anzi: per nulla sorridente. Chissà se ci riusciremo...

 

Vi ringrazio per questa intervista e prima di salutarci vi lascio la parola per lasciare un messaggio dedicato ai vostri fan e ai lettori di SpazioRock...

 

Continuate a essere fantastici così come siete, attenti ai nostri dettagli artistici e in grado di sintonizzarvi con noi e con essi nel modo più inebriante possibile. Ci rende felici. E semmai non risparmiatevi col proselitismo: ci fa bene. Ai lettori di SpazioRock il mio grazie per esser giunti fin qua, spero con sentimenti positivi e buona volontà di ragionare e comprendere.

 

[Foto di copertina di Michele Piazza]




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