Tyketto (Danny Vaughn)
Se la storia dei Tyketto fosse un film (pare che il nome fosse ispirato ad un graffito scarabocchiato sul ponte di Brooklyn) potrebbe essere intitolato: "the band that didn't quite make it".
Articolo a cura di Marilena Ferranti - Pubblicata in data: 14/10/16

Immaginatevi lo splendore artistico della scena rock americana degli anni Ottanta: Danny Vaughn, un bel ragazzo coi capelli lunghi, una voce accattivante e una chitarra acustica si unisce come nelle migliori storie di musicisti e sogni di gloria ad un chitarrista (Brooke St. James), un bassista (Jimi Kennedy) e un batterista (Michael Clayton) dando vita a uno dei dischi più apprezzati di sempre per gli amanti dell' AOR: "Don't Come Easy". L'album vede la luce nel 1991, prodotto da Richie Zito, proponendo un sound vincente col giusto mix di influenze tra Whitesnake e Bon Jovi, forte di singoli come "Forever Young", "Wings", e "Standing Alone" e tutte le potenzialità per scalare le vette delle charts... ma il successo raggiunto sembra ancora troppo effimero per essere afferrato, e senza perdersi d'animo la band torna in studio, determinata a fare meglio e preparando "Strength in Numbers" ... senonché, inaspettatamente, la Geffen scioglie il contratto interrompendo la distribuzione. Il duro colpo non scalfisce la volontà dei ragazzi, che nel 1994 firmano con la Music for Nations (negli States con CMC), sotto la produzione di Kevin Elson (Europe, Mr. Big, Lynyrd Skynyrd, Journey), e l'album vede finalmente la luce. Putroppo l'avvento del grunge ne soffoca presto il potenziale e la formazione comincia a vacillare: Vaughn abbandona la band per seguire la moglie malata di cancro venendo sostituito da Steve Augeri e con la nuova formazione il gruppo torna in studio per la pubblicazione del terzo disco, "Shine". Siamo ormai nel pieno degli anni 90, e in classifica brillano nomi come Green Day, Red Hot Chili Peppers, Oasis, mentre i Tyketto traggono la triste conclusione non ci sia più spazio per un futuro insieme dopo aver rilasciato un live album "Take Out & Served Up Live" che suona tanto come un canto del cigno. La storia della band sembra aver raggiunto un punto di non ritorno. Vaughn intraprende un progetto solista e Augeri nel 1998 entra in una delle più grandi AOR band di tutti i tempi, i Journey. Ma come in ogni storia avvincente che si rispetti, il colpo di scena è dietro l'angolo, e accade che la formazione originale trovi l'ispirazione per riunirsi in occasione di alcune date europee nel novembre 2004. Da quel momento in poi, tra alti e bassi, alcune apparizioni live memorabili, un DVD e un nuovo album in studio "Dig in Deep" (Frontiers Records) tutto sembra riprendere colore per questi ragazzi che stavano per farcela ma poi... abbiamo intervistato per voi il protagonista della storia, Danny Vaughn, e leggendo le sue parole fino in fondo possiamo scommettere che avrete anche voi questa sensazione: i Tyketto, a discapito di tutto, alla fine ce l'hanno fatta.

 

Mi piacerebbe cominciare da una tua dichiarazione uscita in un'intervista alcuni anni fa che ai tempi mi affascinò moltissimo: "gli scrittori e gli autori più in generale hanno questa necessità speciale di assorbire ciò che vivono e ri-raccontarlo alla loro maniera. Spesso le esperienze e i momenti più drammatici che attraversano portano alla creazione delle più straordinarie composizioni". Puoi raccontarci quali "momenti drammatici" nella tua vita hanno influenzato maggiormente la tua creatività?

 

Che bella citazione! Non posso credere di averlo detto! (Ndr ride compiaciuto) Posso farti l'esempio di "Standing alone". Ho scritto quel pezzo in un momento della mia vita in cui niente stava andando per il verso giusto. Avevo appena chiuso con la mia vecchia band e pensavo che la gente sarebbe venuta a bussare alla mia porta ricoprendomi di soldi... ma come sai niente di tutto ciò accadde. L'oscurità e la solitudine che ne scaturirono mi portarono a mettere tutta la mia tristezza e la mia frustrazione in quella canzone e la cosa mi diede coraggio. Più di recente, nel nuovo album c'è un pezzo intitolato "The run", che ho scritto appena due settimane dopo la morte di mio zio. Lui era un Marine, un reduce di guerra, un duro e un combattente, ed era il mio eroe. Si ammalò di cancro e se ne andò molto in fretta putroppo. Nella canzone racconto il suo sogno, quello che aveva da sempre, quello di comprarsi una Harley Davidson e partecipare alla Sturgis Run con altri centinaia di bikers. Un altro pezzo che non sarebbe mai nato senza un evento drammatico è "This is how we say goodbye" dall'album "Diggin Deep". In quel periodo la madre del nostro batterista venne a mancare e poco dopo anche il mio migliore amico e fratello di sangue Charlie. C'è una storia curiosa che riguarda queste due persone care: una volta s'incontrarono e ti assicuro che non avrebbero potuto essere più diverse tra loro; una signora venuta su a Little Italy a New York e un nativo americano...ma nel momento in cui cominciarono a conoscersi passarono una quantità incredibile di tempo a parlare delle cose che avevano in comune, ed è di questo che parla la canzone. E' così, le migliori canzoni nascono nel momento in cui vuoi prenderti una rivincita, quando dici a te stesso "ok, adesso mi sento perso, ma so cosa devo fare". Poi sai, ognuno interpreta il pezzo a modo suo, io credo che una volta che una canzone è pronta, e la regali al mondo, non ti appartiene più.

 

Se potessi scegliere di dedicare una tua canzone a qualcuno che sta attraversando un brutto momento, quale gli canteresti?

 

"Standing Alone". Ho sempre pensato che fosse una canzone molto triste, ma chiunque sia venuto a parlarne con me mi ha sempre ringraziato per il messaggio di coraggio e speranza che racchiude.

 

Parliamo della storia dei Tyketto: ci sono stati diversi cambiamenti nella line up nel corso degli anni. Cosa ci vuole, per la tua esperienza, per tenere vivo il sogno e continuare ad essere credibili agli occhi dei fans?

 

A volte i fans possono essere davvero duri in proposito, sai? Ho sentito persone dire "no, io non vado a sentirli perché ci sono solo due dei componenti originali della formazione"... oppure "non è la stessa cosa senza questo o quello"... francamente non ho mai capito questo ragionamento. Certo, è diverso, ma non necessariamente peggio! Immagina se tutti avessero smesso di seguire gli Iron Maiden dopo l'uscita dalla band di Paul Di'Anno! Cosa ci saremmo persi! Io vedo le band di lunga data come qualsiasi altra famiglia. Ci sono parenti con cui magari finisci per non parlare per anni, poi ti ritrovi un Natale e torna tutto come prima. Nel nostro caso non si è mai trattato di mancanza di amore e rispetto reciproci, più semplicemente, non tutti se la sono sentita di fare questa vita nomade come me, sempre in giro, in tour, vivere scrivendo e suonando, stando lontano da casa per lunghi periodi. Brooke è venuto da noi dopo "Diggin Deep" e ci ha confessato di essere terribilmente dispiaciuto ma di non sentirsela più di continuare con quella vita. Non gli piaceva più stare lontano dalla famiglia, e non provava più né gioia né soddisfazione nel farlo. E noi abbiamo rispettato la sua scelta. A quel punto ci siamo chiesti: è la fine dei Tyketto? O forse le nostre canzoni e quelle che verranno meritano ancora di essere suonate? Stesso discorso per Jimi Kennedy; il suo lavoro non gli permetteva di stare via per lunghi periodi... certo è molto triste anche per noi non riuscire a tenere unita la formazione originale, ma è anche molto entusiasmante lavorare con persone nuove, idee fresche, aggiungere qualcosa di diverso al proprio sound...e mi pare che tutto sommato abbia funzionato!


Parliamo di "Reach". Sono già uscite parecchie recensioni e commenti positivi, c'è qualcosa che hai letto in proposito che ti ha fatto particolarmente piacere?

 

Qualcuno ha scritto "Questa non è una band che sta cercando di rispolverare le vecchie glorie, ma non sta nemmeno rinnegando il suo passato" e penso che questo racchiuda perfettamente il senso del nuovo album. Quando ci troviamo per scrivere miriamo sempre a sbalordirci, non partiamo mai con l'idea di replicare cose che hanno funzionato o con l'idea di discostarci troppo dalle stesse. Pensiamo solo a scrivere, e quello che ne viene fuori ci rappresenta nel modo più autentico possibile.

  

Quando avete cominciato a lavorare su "Reach" avete avuto la sensazione che fosse l'inizio di una nuova era?

 

Assolutamente si. Venivamo da più di un anno di concerti con Chris Green alla chitarra, Chris Childs al basso e Ged Rylands alle tastiere e quella formazione aveva raggiunto una tale sintonia...sai, una delle cose che rimpiango di più degli anni 70 e che oggi non si usa più fare, è che una volta le band scrivevano le canzoni mentre erano "on the road" per poi provarle subito live. E queste canzoni evolvevano col passare dei giorni e dei concerti, e cambiavano, e ogni sera un pubblico diverso aveva la possibilità di recepire la versione più aggiornata del pezzo per la prima volta. Dopodiché la band si chiudeva in studio e registrava il pezzo, certa di avere pronta la versione migliore, e di sapere esattamente come avrebbe dovuto suonare alla fine. Quello che abbiamo fatto noi, è stato godere appieno della perfetta sintonia che si è creata suonando live per poi chiuderci subito in studio ancora "contaminati" ed elettrizzati dall'esperienza comune. E' difficile da spiegare, ma quando una band raggiunge questi livelli di compattezza è un po' come nelle coppie sposate da tanti anni, quando uno finisce le frasi dell'altro... (ndr ride) volevamo catturare l'energia dei live e penso che questo sia stato percepito da tutti quelli che hanno già ascoltato il disco.

 

Qual è stata la prima canzone che hai scritto per questo album?

 

"The run". E questo pezzo è stato scritto alla vecchia maniera, proprio come i primi pezzi dei Tyketto, con me che mi siedo da solo con la mia chitarra e lascio confluire lì tutte le mie emozioni, registrandomi e cantando le parti vocali senza aggiungere nient'altro e senza dare agli altri alcuna indicazione su come "riempire" il pezzo. Insomma, finito di registrami, ho mandato il tutto via mail a Chris Green, e per un po' sono stato parecchio in pensiero, perché senza alcuna indicazione non avevo idea di quale sarebbe stato il risultato finale, la sua versione. Poi una sera, lo ricordo bene, era molto tardi, ho ricevuto la sua risposta via mail e ti giuro, appena ho cominciato ad ascoltare il pezzo come l'aveva recepito e interpretato lui, non ho potuto fare a meno di commuovermi. Era esattamente così che lo avevo immaginato, con quella particolare intensità. A quel punto ci siamo detti: ok. Siamo pronti per lavorare su un nuovo album.

 

L'artwork di "Reach" è molto suggestivo. Come avete scelto la copertina?

 

Devo ammettere che eravamo tutti un po' preoccupati per questo... io non sono affatto un artista concettuale, non sono un pittore... quindi ci siamo trovati a scorrere i titoli delle canzoni, a decidere quale sarebbe stata la title track...in quel momento qualcuno mi mandò per puro caso questa cartolina che raffigurava una sorta di ritratto in bianco e nero stilizzato, con la figura di una donna protesa verso l'alto intenta appunto a "raggiungere" qualcosa. Così l'ho fatta vedere a Michael pensando che fosse una buona idea e abbiamo deciso di contattare l'artista ma purtroppo l'opera era già stata venduta e lui non ne possedeva più i diritti per poterceli cedere. Così Frontiers ci ha presentato Stannis (un artista che collabora spesso con loro) e pochi giorni dopo avergli mandato la cartolina e le canzoni da ascoltare ci ha mostrato quella che sarebbe diventata l'immagine di copertina dell'album. E' una persona estremamente sensibile e profonda, ha colto l'essenza e l'atmosfera che stavamo cercando e l'ha racchiusa in un disegno.

 

Voi siete una grande live band, e speriamo di vedervi presto in Italia, ma vorrei sapere da te qual è stato il tuo miglior concerto di sempre?

 

Te ne dirò due per ragioni molto diverse. David Bowie. Era il "let's dance tour": una vera e propria visione. La fusione perfetta di scenografia, suoni, impatto emotivo, una band spettacolare... Ma ricordo anche un altro concerto che mi lasciò letteralmente senza fiato: un concetto piuttosto diverso, una situazione molto intima, con solo il grande Bruce Hornsby e il suo pianoforte. Ne fui rapito. Avrei potuto passare ore ed ore ad ascoltarlo e non me ne sarei accorto. Ma potrei citarti le 4 ore di energia pura di Bruce Springsteen, o il mio primo concerto in assoluto, quando vidi Stevie Wonder a New York che ero ancora un ragazzino e...sai, nessuno può battere Stevie Wonder!

 

Voi avete pubblicato nel 2013 un DVD con una sorta di raccolta di momenti live, dietro le quinte, registrazioni in studio...se dovessi scrivere il copione di un film basato sulla tua carriera musicale come riassumeresti la trama?

 

Con "Documentally yours" penso che il concept e il titolo avrebbe potuto anche essere "the band that didn't quite make it" (ndr ride di gusto) Sai, siamo in tanti qua fuori, quelli che ce l'avevano quasi fatta ma poi...molti di più di quelli che ce l'hanno fatta davvero! Noi ci siamo andati molto vicini e questo è capitato a moltissimi, tutti quelli che hanno militato in una band ricordano bene le serate più terribili, suonando davanti a quattro ubriachi in un posto schifoso, ci siamo passati tutti. Forse un giorno scriverò la mia storia, mia moglie mi incoraggia spesso a scrivere, e ti dirò che per ora il mio titolo provvisorio potrebbe essere "Nobody you know". Chissà magari un giorno, seduto in silenzio in aereo su un volo intercontinentale col mio pc davanti mi verrà l'ispirazione, ma ti assicuro che nei miei racconti non ci sarebbe niente alla Motley Crue, perché siamo stati abbastanza fortunati da non avere mai a che fare con i classici eccessi da rockstars...

 

E qual è il tuo prossimo sogno?

 

Oddio...questa è davvero dura. Sai, penso di non essere mai stato così occupato come in questo momento della mia vita. Non credo di avere grandi sogni. Tempo fa mi sono sposato e ci siamo trasferiti qui in Spagna, e non c'è nulla che non ami della mia vita ora. Apprezzo così tanto le piccole cose...come quando una singola persona viene da te e ti dice "sai, Danny, questa canzone ha significato molto per me"...e tu rimani..."wow"! Insomma ti prendi un minuto per pensare a quanto la tua musica abbia avuto un impatto decisivo sulla vita di qualcuno che nemmeno conosci. Per farti un esempio, sull'ultima Monsters of Rock Cruise, ho incontrato dei fans che venivano da Taiwan, Perù, Nuova Zelanda che sono letteralmente pazzi di noi...e ho pensato: ma dai, non siamo nemmeno mai stati a suonare là. Ecco, quando rifletto su queste cose, è questo il sogno a cui mi piace pensare.




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