Corrosion Of Conformity (Mike Dean)
Il 12 gennaio appuntamento da non perdere per i fan dei Corrosion Of Conformity: la nuova release "No Cross No Crown" segna il ritorno della band del North Carolina nella storica formazione con Pepper Keenan alla voce. Ne abbiamo discusso con Mike Dean, bassista e membro fondatore del gruppo, presenza inamovibile dal lontano 1982, esclusa una breve assenza durante la lavorazione di "Blind" (1991). Un'intervista che si muove tra presente e passato,  dal processo dietro la composizione dell'ultimo album a curiosità su un'opera fondamentale quale "Deliverance", sino a delucidazioni riguardo collaborazioni personali a particolari progetti: il racconto sincero di un grande musicista. 
Articolo a cura di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 07/01/18
Nonostante tre decenni di esistenza, i Corrosion Of Conformity continuano a pubblicare lavori tutt'altro che banali e dotati di una freschezza che li colloca fuori dal tempo: "No Cross No Crown" appartiene già al novero dei classici dei nordamericani. Ma come nasce l'album? Mike Dean ne illustra le fasi iniziali, corredandole di un breve excursus storico:
 
 
"Dopo "Blind" (1991), in cui ero assente, abbiamo deciso di provare le canzoni direttamente in studio e creare le cose in quel modo. L'idea è entrata pian piano nella nostra psiche. Quando Pepper Keenan è uscito dalla band non abbiamo smesso di agire seguendo lo stesso iter: anzi, durante la lavorazione dell'EP Megalodon (2012) e dell'album "IX" (2014), aumentammo la quantità di riff realizzati direttamente in sala d'incisione. Avvolgiamo il nastro, ascoltiamo e otteniamo all'istante il feedback; un processo diventato davvero completo su "No Cross No Crown". È entusiasmante acciuffare qualcosa la prima volta che si muove, lo catturi nascendo: può essere interessante, o potrebbe trasformarsi in una gran confusione. Penso che sul nuovo disco abbiamo utilizzato con successo questa tecnica".
 
 
Le parole del bassista gettano luce su uno dei motivi della buona qualità della decima fatica dei nostri, impreziosita dal ritorno di Pepper Keenan in pianta stabile. Un full length genuino, spontaneo, dall'impatto immediato e che ha visto la band impegnarsi in un proficuo lavoro di squadra:
 
 
"Tutti noi contribuiamo con idee musicali, le lanciamo contro il muro e vediamo cosa si attacca e cosa no. In questo tipo di interazione Pepper di solito canta con un tipo di voce fasulla, sai, una sorta di voce finta. Tante persone lo fanno, sentono come suona una melodia. A volte ciò che emerge è il tema, a volte è solo un modello sonoro. Ci sono state alcune canzoni in cui avevamo già una piccola traccia, o qualche testo, o un concetto. Abbiamo agito in maniera immediata invece di realizzare una demo: la demo era la registrazione finale. Il brano "The Luddite", per il quale stiamo realizzando il video, è stata l'ultima a essere scritta: è uno dei pezzi più forti del disco ed è stata completamente preparata all'ultimo minuto. Del resto molti tasselli si sono uniti rapidamente, nonostante Pepper viva a New Orleans e tutti gli altri abitino in North Carolina. Ci siamo incontrati cinque giorni al mese, e quando avevamo terminato, uscivamo da lì con una canzone o due formate per intero, praticamente dall'inizio alla fine. John (John Custer, produttore, ndr), con cui collaboriamo da sempre, ci ha molto aiutati in questo senso". 
 
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Il musicista insiste sul lavoro artigianale dell'album:
 
 
"Credo sia positivo in questa era di computer e tecnologia avanzata in cui le persone provano molto o nascondono o cercano di rendere perfetto un disco il fatto di aver costruito l'album in larga parte su nastro. Abbiamo utilizzato molto la tape machine per cambiare il tempo della batteria e cose del genere e anche registrato un sacco di cassette: quindi tutto il materiale è davvero nuovo di zecca, e molte volte ciò che ascolti è come se fosse suonato dal vivo. Per noi c'è della magia in questo: abbiamo documentato qualcosa che è sbocciato al momento".
 
 
Un disco che appare un tuffo nelle sonorità di "Deliverance" (1994) e "Wiseblood" (1996), capisaldi della carriera degli statunitensi, sebbene sotto molti aspetti probabilmente "No Cross No Crown" si contraddistingua come una sorta di sintesi del più che trentennale percorso dell'act di Raleigh:
 
 
"Mi sembra di aver lavorato come in "Deliverance" e "Wiseblood". Questo è stato il nostro punto di partenza, forse con l'aggiunta degli sviluppi stilistici di "In the Arms Of God" (2005). Abbiamo trovato nuove direzioni qua e là: un paio di pezzi sono davvero aggressivi e sincopati, altri hanno accenti southern, ma ognuno di loro colpisce nel segno. Il miglior esempio ancora una volta è "Luddite", molto pungente. Mi ricorda la canzone "In the Arms Of God". Il disco è leggermente più irruente di quanto immaginassi. Certo, ero sicuro che non avremmo suonato un mucchio di ballate, ma non mi aspettavo tanta energia".
 
 
Nondimeno l'opus ha dei momenti di pausa e riflessione. Quattro instrumental che costituiscono una sorta di interludio rispetto al resto del lotto:
 
 
"Sai, ci siamo comportati un po' come i Black Sabbath, che hanno sempre alternato pezzi di diversa velocità; e poi non siamo più giovanissimi, permetteteci di respirare un attimo (ride, ndr)".
 
 
L'attenzione torna su "Deliverance", dall'enorme impatto in termini commerciali. Dean non si stupisce per nulla del successo, ricordandone altresì il processo creativo:
 
 
"Quando stavo parlando con loro di tornare a suonare il basso, dopo un periodo in cui mi allontanai dalla band, ero curioso di ascoltare alcune cose e ho sentito le prime tracce dell'allora nuovo album; potevi solo dire che apparivano semplici e pesanti e avevano il potenziale per raggiungere un pubblico più ampio senza compromettere davvero nulla ed essere eccessivamente o disperatamente commerciali o qualcosa del genere. Mi sono imbattuto in tutto l'intero processo, perché il gruppo aveva iniziato a lavorare su quel disco in un momento nel quale avevano perso per strada il cantante Karl Agell e il bassista Phil Swisher. Quindi l'intera faccenda si è trasformata nel caos. Quando sono rientrato il problema del cantante non era stato risolto. Così abbiamo convinto Pepper ad assumersi la maggior parte di questa responsabilità. Quello che ricordo è che dovevo imparare delle parti, ma l'intero processo di scrittura delle canzoni era quasi finito, e una volta presa la decisione di andare avanti così, ci siamo ricongiunti molto velocemente. Ricordo che ci recammo a fare delle sovraincisioni agli Electric Lady Studios di New York ed ero davvero entusiasta di lavorare nello studio di Eddie Kramer; un posto dove si respira la storia. Quindi è stata una cosa davvero interessante".
 
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Ma Mike Dean non si ferma ai soli Corrosion Of Conformity: numerose le sue collaborazioni, dai Kyuss ai Vista Chino. Ai Probot di Dave Grohl però diede un contributo davvero particolare:
 
 
"I Probot furono un progetto molto interessante e penso che tutta la faccenda di "Sound City" (2013) (documentario girato da Dave Grohl, ndr) sia ovviamente un'estensione dell'intera idea; Dave Grohl mise insieme artisti meno celebri e vocalist famosi di cui ammirava la musica producendo uno sforzo enorme e piuttosto buono nei risultati. Ma la mia non fu una collaborazione strettissima. Ho ricevuto una mail ed è stato come: "Sì, mi piacerebbe farlo", e poi qualcuno mi ha inviato una piccolissima bobina di nastro da due pollici nella posta, e l'ho portata in studio. "Access Babylon" è una canzone hardcore molto breve, e ho tratto ispirazione dai Bad Brains. Ci sono voluti dieci minuti di registrazione e altri sessanta per controllare tutto e poi gliel'ho spedito. Questa è la storia. Poi qualcuno mi ha scritto un assegno: duemila dollari per un'ora di lavoro".
 
 
Intanto, in attesa di un tour mondiale, il quartetto  non si risparmia neanche all'inizio di questo 2018:
 
 
"Dal 5 gennaio sino al 27 febbraio saremo in tour in Canada e negli USA insieme a Black Label Society, Eyehategod e Red Fang: suoneremo anche in North Carolina, a Raleigh oltretutto, e penso sarà un'esperienza eccitante".
 
 
Con la speranza di vedere presto i Corrosion Of Conformity in Italia, assaporando on stage le elettrizzanti vibrazioni di "No Cross No Crown".

 




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