Black Stone Cherry (Chris Robertson)

Sembra ieri che i Black Stone Cherry scaldavano (e rubavano) i palchi degli Alter Bridge; ieri che uscivamo dall'Estragon di Bologna completamente stregati dalle loro doti. Invece sono passati due anni e mezzo e qualcosa, nel frattempo, ha rischiato di rompersi per sempre. Per chi sa ascoltare è tutto lì, in "Magic Mountain", quarta fatica in studio: cicatrici, trionfi, fallimenti, confessioni. A Chris Robertson il compito di raccontare uno dei dischi più attesi dell'anno, e la battaglia più importante che ha dovuto combattere: quella contro se stesso.

Articolo a cura di Mia Frabetti - Pubblicata in data: 05/05/14

29 novembre 2011, Wembley Arena, Londra. Non posso dire di avere molti ricordi di quella notte strana - una di quelle che sembra non debbano finire mai -, né di averli preservati intatti dalla nostalgia di chi, nel corso negli anni, ha rievocato infinite volte il suo primo incontro con la capitale inglese, nella dolorosa attesa del giorno in cui potrà finalmente chiamarla casa. La verità? So che c'ero, mentre gli Alter Bridge scrivevano una pagina di storia, e questo è - quasi - tutto. Ricordo le fontane danzanti, certo, le luci colorate, il profilo del Wembley Stadium e un brivido di soggezione; non potrò mai dimenticare un estatico Myles Kennedy, sei italiani più che felici di "stand up and shout" e un'intera tribuna di inglesi inferociti; ma più di tutto questo ricordo di essermi abbracciata stretta, le ginocchia contro il petto, mentre Chris Robertson cantava "Things My Father Said", e di aver pianto - non ho mai capito se per lui o per me stessa.

 

Poco più di un mese prima, a Bologna, i suoi Black Stone Cherry mi erano parsi invincibili; lui mi era parso invincibile, mentre gridava al mondo che c'era, era lì, e se non lo capivamo potevamo benissimo andare tutti quanti a farci fottere. Poco più di un mese prima, a Bologna, avevo visto il futuro del rock: e quella notte a Wembley lo rividi, ma compresi che anche il futuro aveva un passato. Che anche il futuro aveva delle ferite.

 

Nessuna band mi è mai parsa danneggiata quanto i Black Stone Cherry nel luglio dell'anno successivo; nessun uomo più stanco e fuori luogo del loro frontman sul palco del Rock Planet di Pinarella di Cervia, il capello testardamente calato sugli occhi per tutta la durata dello show. Nei miei ricordi Robertson è insofferente, infelice, logorato; e infatti non ci fu nessuna "Things My Father Said" quella sera, nonostante fosse prevista in scaletta, né ci furono molte parole per il pubblico.

 

bsc_intervista_2014_1Non ce ne sono molte nemmeno per me, inizialmente, quando il cantante dei Black Stone Cherry risponde al telefono in un tardo pomeriggio di marzo: sono tra le ultime interviste della giornata, e Chris sembra centellinare le parole - forse per stanchezza, forse per una certa innegabile timidezza, o forse perché in fondo "Magic Mountain" parla da solo. "Un disco che abbiamo scritto per noi stessi", lo descrive Robertson: per quei ragazzini che non facevano altro che suonare, "ogni giorno, tutto il giorno. Dopo la scuola, nel giro di mezz'ora, ci avresti già trovati alla nostra rehearsal house... E non ce ne saremmo andati prima di mezzanotte". Non che Edmonton, Kentucky, offrisse molte alternative: ma se non fossero cresciuti "nel bel mezzo del nulla" difficilmente i Black Stone Cherry sarebbero la band che sono oggi - forse, addirittura, non esisterebbero affatto.


Aveva tredici anni, Chris, la prima volta che prese in mano una chitarra: "in quel momento capii di voler diventare un musicista", racconta. "Ma suppongo di essermene reso davvero conto solo dopo un po' di tempo con i Black Stone Cherry. Più i giorni passavano, più ci scoprivamo seri nelle nostre intenzioni, più capivamo che per noi non esisteva nient'altro. C'era solo la band, c'era solo la musica. Gli show sono stati il punto di non ritorno: dopo il primo assaggio, non ci siamo più guardati indietro". E la dimensione live, per lui e i suoi compagni, è ancora importante come il primo giorno: vietato risparmiarsi, la regola è "dare tutto ciò che abbiamo. Ogni sera, senza eccezioni".

 

"Magic Mountain" è dunque, per certi versi, un ritorno alle radici: "l'ultima volta che ci siamo sentiti così sicuri di noi stessi - così liberi nel comporre musica - risale a prima del nostro debutto". E si sente: nell'onestà brutale e nell'urgenza di "Fiesta Del Fuego", nell'interpretazione straziante di "Sometimes", nella sfacciatissima "Me And Mary Jane". Avevamo lasciato i Black Stone Cherry "between the devil and the deep blue sea", prigionieri di un atroce dilemma - conquistare il favore delle radio d'America e svendersi, oppure non vendere affatto? - e, incredibilmente, li abbiamo ritrovati in pieno stato di grazia. Dopo le collaborazioni, le pressioni e le intrusioni registrate nell'album precedente, "stavolta nessuno ci ha costretto a inseguire determinati standard. Alcune persone volevano fare di "Between The Devil And The Deep Blue Sea" un grande successo commerciale, e abbiamo permesso che ci allontanassero da ciò che facciamo veramente, da chi siamo veramente. Ci sono delle grandi canzoni su quel disco, ma non ci rappresenta fino in fondo, capisci cosa intendo?". Capisco, sì: ogni volta che ascolto "Magic Mountain", oppure "Peace Pipe"; ogni volta che mi scontro con "i testi più profondi che abbiamo mai scritto. Canzoni come "Holding On... To Letting Go", "Never Surrender", "Runaway" e "Sometimes" sono terribilmente serie - e certo, non mancano nemmeno le party songs, ma abbiamo scritto questo album nella speranza che suscitasse emozioni forti nei nostri ascoltatori, le stesse che abbiamo provato noi".

 

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Non è sempre stato così, per stessa ammissione di Robertson: "la mia vita è cambiata, di recente", confessa a un tratto con inaspettata sincerità. "Ci sono stati un paio di anni bui - anni durante i quali ho perso interesse per qualsiasi cosa, momenti in cui pensavo non avrei mai più suonato, giorni in cui l'unica cosa che avessi voglia di fare era starmene a casa e piangermi addosso". La linea disturbata da continue interferenze ruba qualche parola di troppo, ma ne lascia altre: "mia moglie", "mio figlio", "una croce". Una croce che "ora mi segue ovunque vada, perché mi tiene con i piedi per terra"; un crocifisso che, forse, gli ricorda di rilassarsi. Che è solo un brutto giorno, non una brutta vita. Che passerà, che c'è qualcosa di più grande, qualcuno di ben più importante di lui. "E la gente ha notato il cambiamento, sai? Oggi amo la musica più che mai, anche più di quanto facessi da ragazzino, e il nostro pubblico se n'è accorto. Ieri sera (dopo un concerto a Londra, ndr), mi hanno detto "è stato incredibile veder suonare qualcuno che ama la musica come la ami tu". E questo significa tantissimo per me, dopo quello che ho passato".

"La mia vita è cambiata", ripete ancora e ancora Chris, più a se stesso che alla sconosciuta all'altro capo del telefono, e poi inizia a contare le sue fortune: "il successo non si misura in denaro", afferma con decisione. "Il successo si misura in sorrisi sui volti delle persone. Avere la possibilità di venire in Europa, e suonare per un pubblico così numeroso tutte le sere - vedere tutte queste persone, notte dopo notte, e sentirle cantare le nostre canzoni con così tanta passione: questo è ciò che chiamo successo. E sono consapevole di essere estremamente fortunato", conclude con umiltà.

 

black_stone_cherry_intervista_2014_3_01.Sembra si sia rotto un argine, da qualche parte dentro di lui; quello che conteneva a fatica parole, emozioni, ricordi. E anch'io mi sento estremamente fortunata, in una stanza riempita solo dalle nostre voci e dai raggi del sole. Ho intervistato Tobin Esperance dei Papa Roach, una volta - mi ritrovo a raccontare -, e non dimenticherò mai quel che mi ha detto: che il prezzo da pagare per un certo tipo di vita è la lontananza da casa, ma anche che la distanza aiuta ad apprezzare ciò che altrimenti verrebbe dato per scontato. Non è forse quello di cui parla "In My Blood"?, vorrei aggiungere, ma non ne ho il tempo: "non potrei essere più d'accordo", mi travolge Chris. "Sono sposato, ho un figlio, so cosa significa. Lo sa Jon, il nostro bassista, lo sa John Fred (batterista) e lo sa Ben (chitarrista, ndr): lo sappiamo tutti, perché ognuno di noi ha qualcuno che lo aspetta a casa. Anche Jon ha due figlie, ed è terribilmente difficile lasciarsi la propria famiglia alle spalle, salutare tutti e salire su un tour bus, oppure volare all'altro capo del mondo. Le nostre mogli e fidanzate sanno che non potremmo neppure immaginare una vita diversa, che non potremmo davvero fare altro a parte suonare - ma i bambini..." Chris esita un istante, un istante di puro dolore. "Per loro è molto più difficile capire dove va e cosa fa papà, perché deve partire e andare lontano per un mese o due, perché a volte torna e dopo una settimana se ne va di nuovo. È complicato", sospira, e so di non poter neppure immaginare quanto. "Ma tornare dopo mesi di assenza rende il tempo che trascorri con la tua famiglia qualcosa di speciale, qualcosa di davvero prezioso".

 

Anche con noi il tempo è tiranno: c'è spazio solo per un'ultima domanda. Un ultimo ricordo, uno di quelli che rendono accettabili gli arrivederci e le lacrime, la stanchezza e la nostalgia di casa: "una delle mie storie preferite?", ripete Chris, pensieroso. Poi sembra di sentir spuntare un sorriso tra le sue parole, un raggio di sole dopo la pioggia: "Era il 2008, stavamo suonando alla Wembley Arena con Def Leppard e Whitesnake, e io stavo cercando di attirare l'attenzione del mio tecnico della chitarra", esordisce. "Mentre mi guardo attorno, noto questo tizio a lato del palco e mi rendo conto che... Oh mio Dio, ma quello è Jimmy Page! Adesso sì che non sono nervoso", ride. "Ma il concerto è un successo - uno dei migliori da parecchio tempo a quella parte - e non appena scendiamo dal palco inizio a raccontare a tutti quel che ho visto. E loro: "amico, sei fuori di testa. Jimmy Page? Non sa nemmeno chi siamo!" Si rifiutavano di crederci, John soprattutto. Ma poi scopriamo che Jimmy Page e Richie Sambora avevano assistito all'intero concerto e... Oh, eravamo semplicemente in estasi. Quando li ho incrociati nel backstage, non ho resistito - li ho fermati, mi sono presentato e abbiamo avuto questa meravigliosa conversazione di trenta minuti...". Ha il tono di chi non ci crede davvero, di chi è felice davvero. Lo senti anche tu questo misto di incredulità e gioia nella tua voce, Chris? Io lo sento, nella mia, quando parlo di te.




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