Black Veil Brides (Andy Biersack)
Sembra che siano passati solo pochi giorni da quando i Black Veil Brides infiammavano il palco del Factory , scaldando una fredda notte milanese al ritmo del loro terzo album.  Ma è passato un anno. Un nuovo disco è stato pubblicato. La consapevolezza è cresciuta, si è fatta più adulta, come Andy Biersack, cantante dei Black Veil Brides, che ci racconta perché non è un eroe e non vuole esserlo.
Articolo a cura di Paola Marzorati - Pubblicata in data: 08/12/14
La sua voce profonda è gentile come quella di un bambino e consapevole come quella di un uomo che ha avuto tutto il tempo di ascoltare le sue voci di dentro e farci pace. Infatti Andy Biersack, leader dei Black Veil Brides, non è più un ragazzino. Non è più nemmeno Andy Six, frangia sugli occhi e trucco pesante, che a soli diciannove anni cantava di aver creato quella brutta situazione con penne e coltelli e di non poter più andare avanti. Non lo è più, perché avanti ci è andato. Ed è profondamente cambiato e cresciuto: Andy Biersack ha 24 anni, il viso pulito e i capelli corti, il corpo un merletto di inchiostro al quale dice di non prestare troppa attenzione: “non mi interessa tatuarmi delle grandi opere d’arte. Per me si tratta di ricordarmi di piccoli momenti che hanno segnato la mia vita”. Piccole cose. Come una band con cui ha appena pubblicato il quarto album in studio. Il desiderio di essere un esempio positivo. La fede. La sofferenza. Frammenti di sensazione che avrebbero potuto diventare nuovi tasselli  del suo mosaico di inchiostro e che, invece, sono stati solo la sua voce e la mia all’altro capo del telefono, una chiamata intercontinentale e la linea più disturbata della storia. 
 
Sono le 21, a Milano, quando squilla il mio telefono ed Andy Biersack mi saluta con un “Hi, how are you?”, che attraversa l’oceano, da continente a continente. Si trova negli Stati Uniti, dove rimbalza da città a città con il The Black Mass Tour, prima lunga prova live per le canzoni del nuovo album, intitolato semplicemente “Black Veil Brides IV”. Dal 2012 i cinque di Cincinnati sono stati “Wretched and Divine”, miserabili e divini, un po’ loro stessi, un po’ menestrelli di una storia affascinante e complicata, che con le sue fila tirava a sé ogni canzone e ogni arrangiamento. “Penso che per noi questo album racchiuda tutto quello che abbiamo fatto fino ad adesso, quello che siamo, e questo è il motivo per cui abbiamo scelto di chiamarlo semplicemente Black Veil Brides”, racconta Andy, la voce seria e un po’ stanca. Ma incredibilmente adulta. E non si tratta soltanto della profondità di quella voce, che non penseresti mai possa appartenere ad un ragazzo così giovane, snello e con il viso da bambino; sono il tono, la pausa di riflessione dopo ogni domanda, come se volesse essere certo di aver afferrato le parole più giuste tra quelle che potrebbe o dovrebbe dire. E il desiderio di arrivare e di farsi capire. Oltre che con la musica, perché “è molto difficile riuscire a definire che cosa sia l’arte,  soprattutto da un punto di vista soggettivo. Dipende da ognuno, alcuni possono pensare che una determinata cosa sia vera arte, perché gli arriva, come una canzone ad esempio, per altri può non esserlo. È difficile capire se l’arte venga più dalla sofferenza o dalla gioia, forse da entrambe”.

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“Che cos’è l’arte. L’arte deriva dalla gioia e dal dolore. Ma soprattutto dal dolore. Deriva dalla vita di un uomo”, scriveva Edward Munch, che la sua vita aveva trasformato in colore e urla che superano il tempo e lo spazio. E forse è vero anche per i Black Veil Brides, perché l’arte in fondo è connessione, è riuscire ad arrivare alle persone, non importa come, non importa con cosa. Secondo Andy con dolore e gioia, e un po’ di vita. “Non penso che la connessione profonda che i nostri fan hanno con le nostre canzoni derivi solo dalla sofferenza e dal dolore di cui alcune trattano. Deriva dalle emozioni: la sofferenza è un’emozione umana e se la persona che sta ascoltando una nostra canzone la sta provando in quel momento della sua vita, allora associa la canzone a quella particolare emozione. Non è solo questo: è sentire davvero quello di cui parliamo. Si tratta di sentirsi a proprio agio, in un posto sicuro. Quando ascoltano le nostre canzoni si sentono a casa. Si tratta di sentirsi a casa”. Quella casa per la Black Veil Brides Army, come amano chiamarsi i fan della band, è fatta di tanti mattoni: un concerto, una strofa, un assolo, un tweet. Uno show come quello del dicembre dell’anno scorso a Milano, mia prima occasione di respirare dal vivo quella connessione che lega i Black Veil Brides ai loro fan, che aleggiava quasi materiale, come nebbia, dalla transenna al palco. O un semplice post su Instagram: una foto di Andy con un cartello che dice “Il suicidio non elimina le possibilità che la vita peggiori. Il suicidio elimina solo le possibilità che questa migliori”, e una frase, sotto, “I believe in You”“Non ho un’esperienza personale riguardo al suicidio, non ho avuto nessuna esperienza simile in famiglia, ho conosciuto alcune persone ma… è più che altro qualcosa di astratto, perché tu non sai davvero cosa sta succedendo nella vita dell’altra persona, non sai perché questa abbia pensato a quel gesto. È per questo che penso che la responsabilità sociale che ognuno di noi dovrebbe avere è quella di non denigrare il suicidio così tanto come si sta facendo ora . Troppo spesso si fa semplicemente sentire la famiglia di una persona che ha commesso suicidio colpevole o si cerca di risolvere la cosa convincendosi che sia solo un gesto egoista. Penso che quello che bisogna fare è cercare di eliminare tutte quelle tragedie per cui una persona pensa di mettere la parola fine alla propria vita”, sussurra Andy al telefono, scandendo ogni parola, con una certa reverenza e profondo rispetto verso un tema di cui tanto si è detto, spesso a sproposito,  spesso solo per far notizia. Mai per aiutare. Non è la prima volta che Andy e i Black Veil Brides cercano di farlo, aiutare con un piccolo gesto. Hanno lanciato una campagna contro il bullismo, di cui lo stesso Andy è stato vittima da ragazzo e che è il tema centrale del video realizzato per “Knives and Pens” nel 2009, hanno dedicato parole e tempo all’autolesionismo. “Ma non sono un eroe”, ci tiene a precisare Andy. “Penso di avere una sorta di responsabilità sociale come artista. Nessuno di noi, penso, quando era ragazzo si è seduto, tagliato i polsi e pensato: voglio essere il ragazzo che insegna agli altri ad essere depresso. Tutti vogliamo aiutare qualcuno, vogliamo essere in grado di farlo. Non ho il complesso dell’eroe ma sento di avere una certa responsabilità dopo essere stato tutti questi anni in una band e aver incontrato così tante persone. Sai, incontriamo tutti i giorni dei ragazzi  che portano con sé delle storie molto tristi e difficili e tutto quello che posso fare è cercare di essere la persona più comprensiva che posso essere ,cercare di ascoltarli.  Ma questo non fa necessariamente di me un eroe”.

bvbitw712142“I’m nobody’s hero”, cantava Andy Biersack in una delle tracce migliori del terzo album dei Black Veil Brides. E ne è ancora certo, di non essere un eroe, perché cadere e rialzarsi, perdere la fede, “ma non una fede religiosa. Non sono una persona religiosa, anche se sono cresciuto in una famiglia che lo è. Mi piacerebbe credere nel paradiso, ma non ci riesco”, e poi risollevarsi non fanno di lui un eroe. E forse nemmeno un modello da seguire. “Spero solo di poter aiutare le persone, di poterle ispirare. Non voglio che i nostri fan ci considerino come dei modelli, vorrei che ci vedessero come un’ispirazione a  fare quello che davvero vogliono della loro vita, non quello che facciamo noi. Devono fare quello che desiderano e che li rende felici”. Come pubblicare il quarto album in studio con la band più sottovalutata e osteggiata del panorama rock e metal perché, come canta nel primo singolo del suo progetto solista, “they don’t need to understand”, non c’è bisogno che tutti capiscano. Come prendere una svolta pop con un progetto solista e cambiare nome in Andy Black. “Andy Black è un progetto solista a cui sto lavorando in concomitanza con il disco e il tour con i Black Veil Brides. È un disco più pop, ma un pop oscuro come quello che mi è sempre piaciuto ascoltare, come i Joy Division ad esempio. È un modo per me per fare qualcosa che ho sempre voluto fare, per dare sfogo all’altra mia inclinazione musicale, diversa da quella che esprimo con i Black Veil Brides. Questo progetto rappresenta al meglio l’altra parte di me”. È massima espressione della sua ombra, così come la definiva Jung, maestro della psicanalisi da cui Andy ha tratto il concetto principale dell’album: l’ombra è l’insieme di tutte quelle inclinazioni e atteggiamenti non sviluppati dalla personalità. “Si tratta di prendere le tue paure, o quello che la paura è per le persone che ti circondano e cercare di trasformarlo in qualcosa di creativo, qualcosa che sia positivo per la tua vita”. Tutte queste paure scure e ombre nere il leader dei Black Veil Brides le ha infilate tutte lì, in un album che vedrà la luce nei primi mesi del 2015.

È l’ultima cosa che mi dice, prima di salutarmi e riattaccare, per tornare alla sua vita dall’altra parte del mondo. Nel silenzio lasciato dalle sue parole, non posso fare a meno di chiedermi cosa sarebbe successo se il suo cuore lo avesse placato – “ lay your heart down, the end’s in sight”-, come cantava in “Knives and Pens” in quel 2009 che ora sembra così lontano, come una polaroid sbiadita. Mi chiedo cosa sarebbe stato dei Black Veil Brides e di tutti quei fan nel mondo che, non importa quello che dice Andy, lo considerano il loro eroe personale.
 
Domanda inutile. Perché il cuore non lo ha placato, lo ha solo incendiato.

“This heart of fire is stronger now”


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