Threshold (Karl Groom)

La chiaccherata con Karl Groom e i Threshold, puntuale ad ogni nuova uscita discografica della band, è ormai un punto fermo nella mia carriera di collaboratore: furono proprio i Threshold la prima band che ebbi l'onore di intervistare ormai cinque anni orsono. Ricordo quei momenti come se fosse ora: le gambe che tremavano, minuti interminabili a ripassare le domande in un inglese che più impostato non si può, l'incertezza di quando non sai chi o cosa aspettarti. Paure che svanirono in un attimo non appena ci sedemmo a parlare, in un clima assolutamente informale, nel backstage dello Z7 di Pratteln. Per la cronaca, era il tour di "Essence Of Progression", Demian era tornato da poco nella band e i cinque regalarono una scaletta irripetibile ricca di classici e rarità. Karl Groom è un vero signore, un professionista e una persona educata, uno di quelli con cui vorresti sempre avere a che fare. Quello fra il sottoscritto e la band inglese è dunque un legame fortissimo, cementato dai tanti gioielli in studio disseminati in venticinque anni di attività. Succede però che la chiamata concordata con Karl non arriva, e inizio a temere di avere comunicato il numero sbagliato, piccoli imprevisti del mestiere che però possono creare grandi intoppi e qualche imbarazzo con la label. Karl mi scrive via mail chiedendomi il mio numero esatto. Fortuna ha voluto che fossi connesso proprio in quell'istante con il PC e con la mia casella di posta, così da rispondere in tempo reale al chitarrista inglese. Insomma, non ci sentivamo da due anni, non ci vedevamo da cinque ma il buon Karl si è ricordato del sottoscritto. Anche questa è classe (la sua, si intende)...e ora, dopo questo lungo panigirico, sotto con "For The Journey", nuovo arrivato in casa Threshold!

Articolo a cura di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 07/10/14

Ciao Luca, ti ho contattato perché il numero di telefono che mi hanno passato era inesistente. Mi sono ricordato di quando ci siamo visti in Svizzera la prima volta, conservo ancora la tua e-mail...era il 2009 se non erro... 

Giusto. Dovevo portarti quel famoso vino, che è ancora qui con me e che nel frattempo è invecchiato di cinque anni! Per cui se a Brescia sentirai qualcuno bussare al tourbus, saprai chi è.

Nessun problema! Ricordo che suonavamo a Pratteln e che quella per te era la data più vicina… ma adesso sono i Threshold a venire da te!

Di solito fra un disco e l’altro fate passare almeno tre anni, questa volta invece ne sono passati due. Cosa è successo?

Il tour a supporto di “March Of Progress” è stato a dir poco esaltante, ma abbiamo passato momenti davvero difficili in precedenza. Quando Mac è uscito dalla band, per poi lasciarci tragicamente poco dopo, dovevamo in un certo senso ripartire da zero, amalgamare la line-up e riacquistare coesione, per cui abbiamo pensato di fare un po’ di shows in giro prima di pensare a un nuovo disco. Per “March Of Progress” abbiamo iniziato a comporre due anni prima per poi registrare, stavolta invece ci siamo rimessi al lavoro subito appena tornati dallo Sweden Rock, a giugno 2013. Stare in tour aveva in qualche modo riacceso la nostra ispirazione per cui siamo tornati al lavoro con una certa naturalezza. Avevo un’idea di massima per le lyrics, ma non sapevamo quale direzione prendere in termini di stile; abbiamo generalizzato questo concetto ed è nato il titolo del disco, “For The Journey”.

In tutta sincerità, quando ho sentito “Watchtower On The Moon” e “Turned To Dust” devo ammettere di essere rimasto un po’ deluso. Ascoltando il disco però mi sono dovuto ricredere, suona decisamente più completo di quel che sembra al primo ascolto.

I pezzi che hai citato hanno un sound senz’altro riconducibile a “March Of Progress” e non credo rappresentino appieno lo stile del nuovo disco, anche se mi piacciono molto entrambi. Strada facendo ci siamo resi conto che volevamo fare qualcosa di più oscuro ed emozionale, “March Of Progress” è stato accolto molto bene, per cui abbiamo pensato che creare qualcosa di diverso potesse essere la mossa giusta. “March Of Progress” aveva un
mood positivo che avrebbe dovuto influenzarci, ma quando ci siamo seduti a scrivere i pezzi per il disco sono accadute un sacco di cose che ci hanno toccato a livello personale, avevamo già perso Mac anni fa, poi alcuni amici addetti ai lavori, io stesso ho perso due membri della famiglia, tutto questo ha inevitabilmente avuto un riflesso sullo stile e sulle composizioni. Volevo che le sensazioni e le situazioni che avevo vissuto non andassero dimenticate.

Una menzione d’onore la merita Demian Wilson, davvero ai suoi massimi livelli sul disco. Melodie atipiche e ricercate, penso a “The Box” per esempio.

Credo che lo stile emozionale del disco si adatti meglio alla sua voce; inoltre ha saputo caratterizzare molti passaggi con sfumature più delicate rispetto al solito.  Anche questo è il riflesso delle nostre intenzioni di partenza, non volevamo un’altra versione di “March Of Progress”.

Demian ha detto a proposito di “The Box” che all’inizio gli sembrava la più debole del disco, ma col tempo è diventata la migliore. Tu quale traccia preferisci e perché?

Sono indeciso fra “The Box” e “Unforgiven”, entrambe hanno un significato speciale per me. Sono canzoni che mi trasmettono grandi emozioni. Da “Hypothetical” a “March Of Progress” il nostro stile non è variato poi molto, ma “For The Journey” ha un taglio diverso.

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Avete tagliato il traguardo del decimo disco in studio, non pensate che sia l’ora di una retrospettiva, magari con un DVD celebrativo? Te lo chiedo perché penso che manchi nel vostro catalogo un prodotto di questo tipo…

Ne abbiamo già parlato con i ragazzi della Nuclear Blast; questo tipo di operazioni è molto costoso da fare oggigiorno, il mercato dei DVD è ancora piuttosto ristretto per una band come la nostra e non è facile rientrare dell’investimento. Insomma, la spesa va ben oltre quello che è il nostro budget. Noi abbiamo cercato di convincerli, ma i Threshold restano comunque una band di nicchia per l’etichetta. L’ultima parola su cosa deve uscire o meno spetta sempre e comunque a loro.

Da sempre siete una sorta di mosca bianca nella scuderia Nuclear Blast, dopotutto non vi sono molte progressive band nel loro catalogo…

E’una cosa che sorprende anche me…all’epoca non potevamo dirci insoddisfatti del contratto con la Inside Out Music, ma desideravamo comunque cambiare… avevo un amico membro di una band austriaca, il quale mi disse che quelli della Nuclear erano interessati a mettere sotto contratto i Threshold. Li contattai via mail e furono loro stessi a confermarci di volere una band dal sound un po’ diverso dal solito. E’un’etichetta onesta e le persone che ci lavorano dentro ragionano ancora da fans, per cui è molto facile relazionarsi con loro. Sono consapevole che non ci sono molte bands come la nostra nel catalogo, ci sono molte bands estreme mentre noi siamo più melodici... Ad ogni modo non posso lamentarmi di niente, svolgono benissimo il loro lavoro, e in tutta probabilità faremo con loro anche il prossimo disco.

Sono ben strutturati e fanno un gran lavoro, soprattutto in termini di marketing e promozione.

E’ esattamente quello che un’etichetta deve fare. Con una piccola etichetta alla fine rischi di rimanere tagliato fuori perché non hai visibilità, poche persone non possono fare tutto, inoltre noi ci siamo sempre e solo concentrati sulla musica, tutto il resto ci è sempre sembrato marginale... etichette come Nuclear Blast invece spendono tempo e risorse in marketing e promozione, lo sanno fare bene ed è giusto così.

Nei trailers promozionali spieghi molti dettagli tecnici su produzione ed equipment. Quanto tempo assorbe l’attività di produzione e “sviluppo” in tal senso?

Quando non sono impegnato con i Threshold lavoro come produttore, al momento sto lavorando al missaggio di due bands in contemporanea, ho giusto quattro settimane da dedicare loro prima di iniziare le prove del nostro tour; ho lavorato più che altro con bands progressive e power metal. Il lavoro in studio di fatto è la mia occupazione principale quando non sono in tour con i Threshold.

Possiedi un gran numero di chitarre, ciascuna con una caratteristica specifica; riesci a usarle tutte on stage?

On stage uso soltanto due chitarre, ciascuna con un’accordatura differente, su disco usiamo quattro tipi di accordatura che dal vivo riduciamo a due…più che altro per Demian, se suoniamo in drop gli va bene, ma se la tonalità è alta gli tocca lavorare sodo (ride, ndr).  Talvolta suoniamo anche il synth, mentre Steve (Anderson, bassista, ndr) suona un cinque corde, per cui l’accordatura è indifferente. Avrei bisogno di un camerino solo per le mie chitarre, il tour bus non è grande abbastanza e non credo potrei portarmele tutte.

Avresti bisogno di un camion …

(scoppia  a ridere) pensa che una volta mi sono fatto prestare una Ibanez da un fan, perché quelli del trasporto me la consegnarono rotta! Mi piacerebbe usarne almeno quattro o cinque, se è per questo vorrei possederne tante di più, il fatto è che poi inizi a comprarle non per reale necessità, ma perché sei un fan di questo o di quel modello! Alla fine tendo a suonare quelle che hanno un sound più caratteristico.

Mi ha colpito il tuo amplificatore della Peavey, che come tu stesso hai ricordato, ha usato Eddie Van Halen per “5150”…

Il modello è proprio il 5150 e nasce da un accordo fra la Peavey e lo stesso Eddie Van Halen, oggi ne esiste una versione più nuova che si chiama 6505. Peavey, Marshall ed Engel sono gli amplificatori che preferisco, ma cerco sempre di tenermi aggiornato e provare qualcosa di nuovo.

A novembre in Italia sarete co-headliner con Lizzy Borden, è un’accoppiata piuttosto strana, non trovi?

Lizzy chi?

Lizzy Borden. Non lo conosci? E’ una sorta di band glam/shock rock. Suonerete assieme a quanto pare.

Mmhh, suonare in Italia ci riserva sempre qualche sorpresa…ma alla fine perché no, dai? Abbiamo già degli special guest per il tour, ma non so che ne sarà di loro (ride). Ci vediamo a novembre!



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