Deep Purple (Ian Paice)
Con il volume ancora alto sulle note del nuovissimo "Now What?!", ecco il resoconto del nostro faccia a faccia con il mito, Mr. Ian Paice, uno che quando parla, qualunque cosa dica, c'è sempre da prendere appunti. Una chiaccherata fatta di aneddoti, riflessioni e momenti toccanti nel ricordo di Jon Lord. E nel nome del rock n'roll. Buona lettura!
Articolo a cura di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 02/05/13
Avete un nuovo disco, e da fan sono davvero felice di avere tra le mani un altro capitolo della vostra storia. Nell’era di Spotify, è un autentico successo.
 
Sappiamo che è un gran disco, ce ne siamo accorti riascoltando in studio le backing tracks. Ad ogni modo, è tutto nelle mani del nostro pubblico. Puoi registrare il disco più bello di sempre e farlo uscire al momento sbagliato, e a quel punto nessuno se ne ricorderà. Allo stesso modo puoi far uscire un disco orribile al momento giusto, e diventerà un classico. Tutto quello che possiamo fare come artisti é prenderlo per come viene, ed esserne comunque orgogliosi. Il disco è piaciuto a buona parte di quelli che lo hanno ascoltato. Hanno apprezzato la sua diversità rispetto al recente passato, la varietà degli stili presenti, la qualità delle canzoni. In verità il processo di creazione del disco è qualcosa che va oltre il nostro controllo, ci sono dischi che finisci per amare più di altri, alcuni si registrano letteralmente da soli, altri sono più problematici. Per “Now What?!” è stato tutto piuttosto semplice, di solito questo avviene quando ci sono delle buone idee e ti senti elettrizzato alla sola idea di suonarle. Abbiamo registrato in uno studio di altissimo livello, per cui anche i suoni ne hanno beneficiato. A volte capita di avere poche idee e di trovarsi in un pessimo studio di registrazione, e allora possono sorgere dei problemi. Le backing tracks sono state fatte tutte in dieci giorni. Quando è così puoi scegliere se utilizzare la prima o la seconda take, per cui la musica che decidi di consegnare all’immortalità possiede ancora quel senso di freschezza, quando invece suoni un pezzo venti volte non hai più quel senso di perfezione. Piuttosto, è una sorta di “re-creation”, che è qualcosa di completamente diverso. Dopo la ventesima take avrai un pezzo riuscito perfettamente, ma del tutto senz’anima. Quando riascoltiamo le takes di solito scegliamo fra le prime due, c’è più spontaneità e puoi sentire l’eccitazione dei musicisti, l’inventiva, riesci a percepire la tua creatività sul nascere. Alla ventesima take la magia è persa. “Machine Head” è nato così, è stato registrato in appena tre settimane, dieci giorni per le singole tracce e i restanti per le sovraincisioni.
 
Ritieni quindi la tecnologia non necessaria per ricreare ogni volta il Deep Purple sound?
 
Non saprei… la tecnologia può essere una manna dal cielo ma anche un grande fregatura. Se ti limiti a usare la tecnologia di cui effettivamente necessiti, allora puoi fare di tutto, in termini musicali. Noi facciamo il possibile per registrare alla vecchia maniera, come quarant’anni fa, suonando nello stesso studio e cercando di interagire come musicisti. Oggi molti dischi sono fatti da musicisti che non vivono neppure nella stessa città, talvolta neanche nello stesso paese, per cui è sufficiente connettersi a un computer… in certi frangenti può anche essere utile, questo non lo nego, ma l’interazione fra musicisti per noi è imprescindibile, e questo può avvenire solo quando si è in contatto fisicamente. Abbiamo registrato in uno studio grande come questa stanza…
 
deeppurple_intervista_2013_02Una sorta di salotto quindi. In un’atmosfera rilassata e confidenziale, suppongo.
 
Proprio così! Lo studio ideale dovrebbe essere largo tredici metri e largo sedici, completamente isolato come acustica. E’ l’unico modo per catturare il suono “al naturale”. Utilizzando l’elettronica finisci invece per ucciderlo, registrare il sound “live” è ciò che rende felice un musicista. Quando colpisco le percussioni, devono suonare come dico io, e uno studio con tutte le caratteristiche del caso aiuta non poco.
 
Poco fa hai parlato del disco giusto al momento sbagliato. E’ mai capitato con i Deep Purple?
 
No, con i deep Purple no, piuttosto mi è capitato di essere in una band al momento sbagliato, mi riferisco alla versione “inglese” degli Whitesnake. Cercavamo di sfondare negli States ma all’epoca lì non erano assolutamente interessati al nostro sound. Due anni dopo ho lasciato la band e sono arrivati in cima alle classifiche, in linea con quello che era in voga. Non fraintendermi, erano una grande band ma capisci, noi non abbiamo mai avuto a che fare con la moda o i trend, anche se non c’è niente di pericoloso nell’essere di moda, dopotutto se sei bravo abbastanza non passerai mai di moda! Ciò che mantiene vivo l’interesse dei fans non è il fatto che tu suoni rock o hip hop, tutto ciò che vogliono da te è un buon disco.
 
Per quanto riguarda il sound, “Now What?!” punta deciso verso i seventies…
 
Avevamo due concetti di fondo: il disco doveva essere più hard di “Rapture Of The Deep”, ma non ci sarebbe stata alcuna limitazione circa la durata dei pezzi. Se un pezzo deve durare sette minuti, dura sette minuti, non cinque. E’ successo in passato di provare a scrivere pezzi che potessero piacere alle radio, ma non ha funzionato. Se un pezzo necessita di essere dilatato, lo facciamo durare sette minuti e oltre, non c’è radio che tenga, ed è esattamente quello che facciamo. Se c’è da inserire una parte strumentale, lasciamo correre l’ispirazione, perché credo che dopo tanto tempo è quello che alla fine i fans dei Deep Purple vogliono sentire. Ci sono cose che solo i Deep Purple possono fare e altri musicisti no.
 
Bob Ezrin vi ha aiutato in questo senso?
 
Bob è un gran produttore, oltre che un valido musicista. Di solito c’è un momento in cui inizi a perdere di vista quello che stai facendo, bene, in quel momento lui riesce a dirti cosa non funziona in quello che definirei un “linguaggio musicale”. Esercita una sorta di pressione sulla tua musica, facendoti concentrare su quello che pensavi quando hai composto una determinata parte. Ogni volta che crei qualcosa di nuovo si aprono infinite possibili soluzioni, per cui  ti è concesso diluire le idee e rimetterle assieme… Questo è il punto e Bob te lo traduce in termini musicali. Il suo modo di lavorare ti consente di risparmiare un sacco di tempo. “Questo è il pezzo, è così deve essere suonato… fallo tuo!”. E’ così che lavora.
 
deeppurple_intervista_2013_03Il titolo “Now What?!” può essere inteso come una sorta di bilancio temporaneo? Un tirare le somme?
 
Il concetto è quello. Ian Gillan è venuto con questo titolo dicendo “è forte, e avrà un significato anche in futuro”. Era convinto del concept più di chiunque altro ma alla fine vedi, non ha importanza come si chiama il disco … deve avere un titolo affinché tu possa relazionarti ad esso. Questo è il disco, e avrà in qualche modo un posto nei tuoi ricordi, no? Ad ogni modo suona fresco, ed è di grande effetto.
 
Può anche riferirsi agli amici che non ci sono più… (Ian capisce subito il senso della mia domanda...da qui in poi è stato davvero difficile contenere la commozione, da parte di entrambi, ndr)?
 
Quando Jon se n’è andato io ero appena stato in America per tre settimane. Lasciando l’Inghilterra, ero sicuro che non lo avrei più rivisto. Fisicamente era molto cambiato, era dimagrito parecchio. Quando venni a sapere che ci stava lasciando, fortunatamente avevo terminato il mio lavoro il giorno prima così potei tornare e stare vicino alla sua famiglia. C’erano ancora tante cose che Jon desiderava fare, ma questa terribile malattia ha interrotto tutto. L’aspettativa di vita dei malati di cancro al pancreas è di due, tre mesi. Jon ha resistito per ben dieci mesi, soltanto nell’ultima settimana la situazione si è aggravata, e ha passato quasi tutto il tempo in ospedale sotto l’effetto degli antidolorifici. C’è un particolare che ti voglio raccontare… un paio d’ore prima che spirasse io mi trovavo lì con sua moglie e la figlia. Lui stava dormendo, sotto l’effetto dei farmaci, e a un certo punto le sue mani si sollevarono, come se stesse suonando il pianoforte. Dovunque si trovasse, Jon in quel momento si sentiva ancora un musicista. E’ stato incredibile.
 
Tutto il disco è pervaso dal suo stile, dalla sua influenza…

Ci sono un paio di momenti del disco, soprattutto l’intro di “Uncommon Man” che Jon compose con Steve alcuni anni fa, quando era ancora nella band. In un primo momento il pezzo partiva subito dal riff, quando Bob suggerì “ci vuole qualcos’altro, qualcosa che lo tenga su”. Steve iniziò a intonare la parte che aveva composto con Jon, Don aggiunse la parte di tastiere ed entrambe le partiture si incastravano perfettamente, creando qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato. Così ci siamo trovati questi due minuti musica in presa diretta, senza nessuna partitura scritta, due musicisti con il loro enorme talento e basta, senza che nessuno ne avesse parlato prima. Don aveva seguito la melodia di Steve, creando lo stesso effetto di Jon anni prima. Bob ha aggiunto il click trasformandolo in un pezzo di grande ritmo. Quindici minuti dopo avevamo questa fantastica traccia, nata dall’interazione di Don e Steve. Pura magia.



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