Running Wild (Rolf Kasparek)
In occasione dell'uscita del nuovo album dei Running Wild, abbiamo fatto quattro chiacchiere con il leader Rolf "Rock'n'Rolf" Kasparek per scoprire tutti i dettagli di "Shadowmaker" e qualche aneddoto sul passato della band. Buona lettura!
Articolo a cura di SpazioRock - Pubblicata in data: 03/05/12
Intervista a cura di Erika Baini

Cominciamo dall'inizio: siete nati nel 1976 e il vostro primo album “Gates To Purgatory” è stato pubblicato nel 1985. Cosa ricordi di quel periodo e di quelle esperienze?


Quando abbiamo rilasciato "Gates To Purgatory", che è stato il primo album per noi, è stato sicuramente un grande passo per la band perché non avevamo un team vero e proprio per fare un disco ed era difficile da trovare oltretutto. L'album uscì e mi ricordo che in circa due o tre mesi abbiamo venduto circa 20.000 copie in Germania; ciò segnò un alto tasso delle vendite in quei giorni per un musicista indipendente, perché in quel periodo era impossibile competere con un rivenditore importante quando si produce rock n’ roll e specialmente heavy metal. A questo punto è stato un grande passo per noi e siamo orgogliosi per quello che abbiamo raggiunto e per il primo tour. E’ stata una grande esperienza per noi.

Come sono nati i Running Wild? Avete qualcosa in comune, oltre alla musica?

I Running Wild sono nati nel 1976, o giù di li. Eravamo giovani, per lo più compagni di scuola che volevano suonare il rock n’ roll; figuratevi che ho anche insegnato a suonare la chitarra, a quello che poi è diventato il secondo chitarrista della del gruppo, ed è stata un’esperienza divertente. Io volevo a tutti i costi diventare un artista o meglio un musicista, ma dall’altro lato dovevo far in modo che se le cose non fossero andate bene non sarei comunque rimasto spiazzato. Ma come sai, tutto è filato via liscio e senza problemi. Terminati gli studi ci siamo spostati così a Berlino per realizzare il nostro primo album. Quelli sono stati giorni fenomenali.

Qualcuno ha definito la vostra musica “Pirate Metal” e i Running Wild sono stati definiti una band pirata. Cosa potete dirci riguardo a questo nome?

Tutto è partito mentre stavo scrivendo il terzo album. Portai la mia idea riguardante Jolly Roger ai ragazzi della band e in seguito dissero “Whoaoa, grande idea! Un gran bel titolo da associare alla miglior canzone dell’album che chiameremo “Under Jolly Roger”. E poi “Perché non chiamare l’intero album così?”. Sviluppammo in seguito il bozzetto della grafica dell’ album, incaricando un grafico e questo aggiunse alcuni elementi tipici pirateschi come il mare, un veliero e alcune particolarità tipiche della raffigurazione piratesca. Il risultato fu grandioso. A un membro del gruppo venne la grande idea di inserire le nostre immagini raffiguranti dei pirati, all’interno del disco, il risultato fu stupendo. Quando iniziammo i concerti avevamo il palcoscenico allestito con un’ambientazione da nave pirata, d’altro canto era il tema della canzone. Come puoi immaginare ad un certo punto notammo che eravamo mascherati da pirati, suonavamo in una ambientazione piratesca e in più eravamo i primi a farlo. Quindi per la stampa fu naturale indicarci come la band heavy metal pirata. È incredibile come tutto sia cominciato da una canzone.

Cosa si può dire con la musica e cosa preferite lasciar dire ai testi?

Come puoi immaginare la musica dei Running Wild è sempre stata particolare e originale, questo è dovuto al fatto che sviluppo tutto con la chitarra mentre scrivo e compongo le canzoni. Infatti riconosci la musica dei Running Wild fin dalle prime note e questa è la conferma della singolarità che caratterizza l’opera musicale della band. Per le canzoni, il procedimento è diverso come diverse sono le tematiche trattate. Non ho mai sviluppato un album prendendo la veste poetica; sarebbe per me troppo limitante fare una cosa del genere. Come puoi vedere, mi ispiro alla politica alla storia, quello che succede nel mondo contemporaneo; specialmente nel nuovo album parte dei testi trattano tematiche molto differenti..

runningwild_intervista_2012_02Se analizziamo la vostra carriera musicale, cos'è cambiato dagli esordi ad oggi?

Agli esordi fu veramente dura trovare un etichetta per incidere dei pezzi, direi quasi impossibile, ma una volta trovata tutto diventò più semplice. Oggi invece e’ tutto più facile da una parte (raggiungi i fan e incidi con gli strumenti tecnologici) ma contemporaneamente è più difficile restare a galla. Comunque tutt’ora per un gruppo esordiente è difficile anche se c’e internet, è piu’ semplice diventare popolari e avere dei sostenitori ma è anche vero che la fuori c’è una marea di gruppi che vogliono diventare famosi, ed oggi poi, tanti gruppi percorrono la via di internet. Per catalizzare l’attenzione del pubblico e farti conoscere, devi fare cose originali ed interessanti. In definitiva è molto difficile la via del successo per le band esordienti.

Cosa pensi della musica odierna? È possibile scrivere della musica originale o è già stato detto tutto ciò che c'era da dire in passato?

Oggi se vuoi scrivere qualcosa di nuovo e’ difficile dal momento che là fuori ci sono molti gruppi. L’unico modo e’ coltivare un sound unico e originale. Oggi molti gruppi heavy metal si rifanno ai gruppi degli anni 80, ma questo per me non ha molto senso, infatti dico sempre che ognuno di noi si ispira a qualcosa o qualcuno durante la sua crescita musicale/artistica, ma poi deve percorrere la sua strada. Non ha alcun senso copiare gli altri di continuo.

Puoi dare un consiglio alle nuove leve?

Certamente! Sicuramente bisogna cercare di intraprendere la propria strada e uno stile personale; cercare di avere un’idea salda e differenziata dall’insieme degli altri complessi; bisogna cercare di concentrarsi e fissarsi su questi aspetti.

Parliamo del nuovo album "Shadowmaker"...

Il nuovo album porta una vera e propria ventata di innovazione e tutto quello che ho prodotto nell’album e’ in linea con questo. L’ho scritto in veramente pochissimo tempo; tutte le canzoni sono state scritte in trenta minuti, specialmente la prima “A Piece Of The Action”, l’ho composta in dieci minuti. L’unica canzone che mi ha portato via più  tempo del solito e’ stata "Dracula", per la quale mi sono serviti quattro giorni per la stesura e altri due per l’arrangiamento. Ma poi la canzone in due ore era già pronta e in mezza giornata ho messo giu’ la demo per non dimenticarmi nessuna delle mie idee. Questa volta lo sviluppo e’ stato veramente veloce e naturale. Ho composto queste dieci canzoni l’una diversa dall’altra con temi diversi seguendo le mie emozioni.

Qual è la tua canzone preferita dell'album?

E’ difficile scegliere quale sia la mia canzone preferita di "Shadowmaker" perché mi piacciono tutte, ma se proprio devo sceglierne una dico che quella che reputo speciale è "A Piece Of The Action", forse perche’ e’ stato il primo pezzo che ho composto. La canzone e’ unica nel suo genere perché  come entri ti catapulta in un’altra dimensione. La canzone parte lentamente ma schizza al primo giro di chitarra, in modo davvero speciale.

Qual è l'aspetto più importante di un'esibizione dal vivo? E qual è il ricordo più bello?


La cosa piu’ importante e’ il pubblico, come ben sai. Se dai uno sguardo all’ultimo concerto che abbiamo tenuto, non solo perché era l’ultimo ma perché erano in 150.000 persone sotto una pioggia battente al freddo con tuoni; tutti erano bagnati fino alle ossa, ebbene nessuno se ne andò via prima: sono tutti rimasti lì fino alla ultima nota. Era impressionante vedere quelle persone e cosa significasse per loro essere li a cantare e festeggiare il gruppo. Ecco questa e’ per me e’ la cosa piu’ importante


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