Placebo (Steve Forrest)
Vero entusiasmo. E’ una cosa difficile da trovare oggigiorno tra gli artisti che hai occasione di incrociare sul tuo cammino, specialmente quelli del cosiddetto lido dorato del “mainstream”, ma è una cosa che ho percepito con chiarezza in Steve Forrest dei Placebo, un uomo che sta ancora chiaramente vivendo il sogno, e ve ne accorgerete anche voi, leggendo questa intervista. In occasione dell’uscita del nuovo Dvd della band inglese “We Come In Pieces” (QUI i dettagli tecnici dell’opera), abbiamo parlato col giovane e biondo batterista della sua vita on the road, di cosa bolle attualmente in pentola in casa Placebo e della sua vita dentro e fuori il gruppo. Vi lascio, dunque, alla lettura di questa chiacchierata senza ulteriori indugi.
Articolo a cura di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 31/10/11

Ciao Fabio!

Ciao Steve, come stai?


Bene, grazie! E tu?

Oh, io sto benissimo, grazie. Senti, siccome non ho molto tempo ti spiace se comincio subito con le domane?

Sì, certamente! Avanti, spara!

“We Come In Pieces” è il vostro imminente nuovo Dvd, ed ha decisamente un titolo interessante. Come mai giungete in pezzi e non “interi”?

Sai, dipende sempre dai testi. Noi siamo una band che scrive testi che hanno sempre una storia alle spalle, e quando i ragazzi mi hanno presentato il titolo “We Come In Pieces”, mi è subito piaciuto, perché il documentario che c’è nel Dvd mostra così chiaramente cosa abbiamo vissuto negli ultimi due anni, per cui puoi prendere il significato del titolo come: “Ne abbiamo passate talmente tante, che siamo finiti a pezzi”. Che poi è esattamente quanto succede, no? Sono certo che hai avuto anche tu momenti nella tua vita in cui sei caduto in un esaurimento totale, ed hai dovuto riprenderti, scuotere via tutte le brutture, raccogliere i pezzi, metterli insieme di modo tale da avere ancora una nuova prospettiva. La mia interpretazione del titolo è esattamente come questa, e gente come te, o chiunque altro, può guardare il documentario – che dà un autentica visione dall’interno della nostra vita come band – e verificare l’autenticità delle mie parole.

Capisco. C’è stato un momento, durante il “Battle For The Sun” tour, che hai particolarmente gradito?


Oh, ce ne sono così tanti, amico! Non riesco davvero a scegliere, ma ti posso dire qual è stato l’apice alla fine di quel tour: è stato quando abbiamo vinto gli MTV Ema award come miglior alternative band. Per me, quella è stata come una notte da Cenerentola, perché ho speso tutta la mia vita sognando, lavorando e facendomi il culo per arrivare ad ottenere anche solo la metà di quanto sto attualmente ottenendo coi Placebo, e quindi quella notte è stata semplicemente…sai, quando siedi ad un tavolo con Dave Grohl e lui ti parla come se fossi al suo livello, oppure quando vieni presentato da una famosa attrice o altre stronzate del genere, o ancora quando ti ritrovi Jay-Z accanto…ecco, in quel momento ti dici: “Whoa, ce l’ho fatta! Ed ho persino vinto un MTV award!” Sai, capisco che possa suonare stupido, ma quella notte non lascerà mai e poi mai e poi mai la mia mente. E se dovesse ricapitare di nuovo, sarebbe comunque la migliore notte della mia vita!

E allora dimmi: qual è la canzone che ti piace suonare di più dal vivo attualmente?

La canzone che mi piace di più suonare dal vivo?!?! (ripete la mia domanda urlandomela addosso n.d.r.) Amico, che domanda bastarda! Ce ne sono davvero troppe di canzoni che mi piace suonare dal vivo! Comunque, vediamo… (lunga pausa di riflessione n.d.r.) Oddio, vuoi davvero che io scelga?!?! (risate generali n.d.r.) Guarda, credo che una delle mie preferite sia “Special Needs”: è sempre il solito groove che si ripete, ma l’arrangiamento ed il modo in cui la suoniamo e cantiamo…Oh, sto avendo un ripensamento proprio in questo momento, quindi cambio con una “Every You And Every Me”. Credo che sia quella la canzone che mi piace di può suonare dal vivo attualmente.

placeboint_2011_011C’è stata molta strumentazione extra nel vostro ultimo tour, anche molta gente sul palco, persino un bel violino…come mai questa scelta?


Oh, tutto dipende dal nostro ultimo disco. Fiona Brice, la violinista, aveva già lavorato coi Placebo su “Meds”, ed è stato quindi naturale portarla con noi onstage durante il “Battle For The Sun” tour. Sai, noi non siamo una band a cui piace premere il tasto play: vogliamo ricreare live esattamente quello che facciamo nello studio di registrazione. Sebbene, come band, siamo in tre, in realtà in studio incidiamo in quattro, mentre live siamo in sei. Ci sono così tante band che barano, e a noi non piace barare: vogliamo dare alla gente esattamente ciò per cui hanno speso bei soldi. Poi, tutta questa gente sul palco crea molta dinamica, e poi è anche tutto più divertente, vivace e migliore, capisci? Semplicemente, non vogliamo una manciata di loop sul palco, proprio perché ci sono band che, invece che suonare, semplicemente si limitano a premere il tasto play, ed è una merda, amico!

Sì, sono circa d’accordo con te. Senti, state lavorando a qualcosa di nuovo al momento? Mi puoi anticipare qualcosa?

Come Placebo no, non stiamo lavorando a nulla, ma come individui sì, siamo tutti al lavoro. Io ho la mia band personale chiamata Planes, Stefan sta facendo della produzione video mentre Brian ha il suo side project solista anche lui. Sai, passiamo così tanto tempo insieme come Placebo a suonare, che se continuassimo senza prenderci una pausa, semplicemente imploderemmo. È una cosa davvero importante questa, un po’ come succede in una relazione amorosa: bisogna prendersi sempre un po’ di tempo lontano dal tuo ragazzo o ragazza di modo tale che non ci si nausei a vicenda, diventando catatonici, o annoiandosi, o qualsiasi altra cosa negativa. Quindi, per far sì che i Placebo non si spengano mai, dobbiamo passare un quantitativo di tempo abbastanza significativo lontano dalla band, di modo tale che quando torniamo a prendere in mano le redini del progetto, possiamo farlo per tre anni consecutivi senza mai fermarci e senza diventare completamente psicotici! (risate) Un’altra cosa per cui è importante avere tutti questi side projects è anche quello di migliorare come musicisti e compositori. Quando torniamo nei Placebo dopo aver suonato un po’ in altre realtà, hai come questa nuova…visione delle cose che scrivi nella musica, e quindi finiamo col fare un disco a firma Placebo ancora più bello.

Perfetto! Senti, parliamo un poco di te. Vivi in Inghilterra in questo momento?

Sì.

E non ti manca l’America? O hai trovato la tua casa ideale nella famiglia Placebo?


Sai…non mi manca affatto l’America, ad esser sincero. Quanto torno in California mi diverto ancora, ma non mi manca l’America. Mi mancano, piuttosto, le persone che conosco in America, i miei amici ed i miei parenti, più di tutti i miei nipoti, perché non li sto vedendo crescere, visto che li vedo solo una volta l’anno. Guardo le foto, e capisco che non sono loro vicino, ed è questa la cosa per cui provo più nostalgia: stare lontano dalla mia mamma, o non riuscire a portare i miei nipoti ad una partita di baseball, capisci? Questa merda importa eccome a me, perché la mia famiglia è la cosa più importante che ho al mondo, e quando ci penso mi rattristo un po’. Ma finché avrò vita, non tornerò mai più a vivere in America: quel posto non fa affatto per me, non va d’accordo con la mia personalità. L’Europa e l’Inghilterra in particolare sono i posti a cui appartengo, ed è dove sto piantando felicemente le mie radici.

Sai, credo di capire la tua posizione, e credo che sia dovuto principalmente alla cultura che abbiamo qui da noi. Ho ragione?

Sì, qui c’è una cultura molto più confortevole ed incoraggiante che si prende il giusto tempo per pensare alla differenza che esiste tra le persone ed il mondo, molto più di quanto fa la cultura americana. Quindi, per me, giungere in questa bellissima isola è stato davvero emozionante, perché mi ha permesso di entrare in contatto con diverse culture e di vivere in mezzo a tutte queste diversità. E’ tutto così fottutamente incredibile per me, venendo da un paesino davvero piccolo, disperso nella campagna americana con molte fattorie e nessuna cosa come un centro città, capisci? Guarda: venire qui è stato davvero un dono di Dio. L’America va bene se ci vuoi fare un giro come turista, e nient’altro.

 

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Senti…una mia piccola curiosità: hai per caso ascoltato il disco di Steve Hewitt “Love Amongst Ruin”?

Oh sì! Non possiedo il disco, ma ho sentito un paio di canzoni, e ti posso dire che non è decisamente roba di mio gusto personale, anche se non è affatto male in generale!

Ok! Te lo chiedevo perché volevo sapere cosa ne pensavi, ma vedo che hai già risposto alla mia domanda! (risate)


Incontro Steve molto spesso ultimamente, perché fa le prove in una parte di Londra in cui passo molto tempo. Quindi, ho ascoltato attraverso le porte un paio di volte alle cose che gli stanno ronzando nella mente. Guarda: credo veramente che lui stia facendo un ottimo lavoro, spero che continui lungo questa strada, ma…sì, non è decisamente il mio tipo di musica la sua, non credo proprio che potrei mettermi ad ascoltarla per molto a lungo.

Tu vieni dalla scena punk, giusto?


Sì, in un certo senso! Originariamente, le mie radici musicali stavano nella musica folk, essendo nato in una terra decisamente folk, con grandi campi e roba del genere. Poi, a 12 anni ho cominciano a farmi strada attraverso quello che io credevo fosse punk, roba come Rancid, Green Day, Ten Foot Pole. Ancora oggi, mentre provo, mi piace seguire le orme di questi gruppi con un bel drumming selvaggio.


Pensi di riuscire a portare tutte queste influenze che mi stai dicendo dentro la musica dei Placebo? Perché io credo tu ci stia riuscendo, visto che la batteria su “Battle For The Sun” è piuttosto energica e selvaggia…tu cosa ne pensi?

Sono d’accordo con te, e quella di essere così energico è stata una mia scelta volontaria.  Quando suono la batteria, cerco di metterci più dinamica e colore possibile, di modo da poter sorpassare le aspettative di chiunque, rendere tutto molto, molto più grande delle loro aspettative. E questa può diventare una sensazione abbastanza merdosa, sai. John Bonham era un batterista straordinario non per quello che lui suonava, ma per come lo suonava. Come suoni determina tutta l’emozione racchiusa dentro la canzone: sapere quando nasconderti dietro al groove e quando portarlo davanti, è esattamente ciò che forma il suono. Quindi, su “Battle For The Sun” avevo questa forte intenzione di essere estremamente creativo, di creare una grossa stanza in cui mettere un sacco di arredamento fino alla sua saturazione. E questo, in fondo, è il mio lavoro, ed è una cosa che cerco di fare in tutti i dischi che realizzo: quella di succhiare ogni possibile frammento di ispirazione che possa essere racchiuso dentro la musica.

Steve, mi spiace molto ma il tempo a mia disposizione sta per scadere! Come nostro solito, alla fine delle interviste lasciamo il microfono nelle vostre mani per un messaggio libero ai nostri lettori, quindi…accomodati!

Voglio solo dire che, dopo aver visto il concerto ed il documentario del nostro nuovo Dvd, ho sentito questa potentissima sensazione di voler saltare in mezzo alla folla, abbracciare tutto il pubblico che era presente e dare loro un sacco di baci, perché la potenza di ciò che ho visto mi ha davvero toccato: avevo proprio dimenticato quanta gente ci fosse ai nostri concerti! Voglio dire: quando suoni non puoi davvero rendertene conto, ma quando rivedi poi il tutto a casa, ti trovi questa arena fottutamente grande, riempita da fila e fila di gente fin dove il tuo sguardo arriva ed anche oltre…insomma, ciò che voglio dire a chiunque stia leggendo questa intervista è che ognuno di voi conta per noi molto di più di quanto dimostriamo, a volte. Quindi, io non posso fare altro che ringraziarvi: grazie infinite per esserci sempre!




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