Corde Oblique (Riccardo Prencipe)
Intevistare Riccardo Prencipe è, per il sottoscritto, una piacevole consuetudine, poiché tanti sono gli argomenti che si possono affrontare sia conversando con il musicista che si firma Corde Oblique, sia con lo storico dell’arte. Non fa eccezione questo mio terzo “interrogatorio”, giunto sulle ali del nuovo, mirabolante capolavoro “A Hail Of Bitter Almonds”, per cui senza ulteriori indugi vi lascio al resoconto della nostra telefonata. Buona lettura!
Articolo a cura di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 04/05/11

Vorrei cominciare a parlare del tuo nuovo disco partendo proprio dl titolo: come mai l’hai intitolato “una grandinata di mandorle amare”?

In realtà il titolo voleva essere: “Tempesta di mandorle”. Tutto è nato da un sogno che feci durante una notte inquieta, dove pareva esserci questa tempesta di mandorle che mi trafiggevano il petto, quindi un sogno decisamente strano ma che si prestava perfettamente ad essere affiancato ad un disco nato dopo un anno piuttosto burrascoso nella mia vita,  e ci volevo mettere l’inglese perché abbiamo un’utenza piuttosto allargata in Europa grazie alla nostra prima casa discografica, la francese Prikosnovénie, quindi il titolo originale sarebbe dovuto essere: “A Storm Of Almonds”. Poi, siccome io prima di fare le cose chiedo sempre conferma a chi è più esperto di me, ho domandato riscontri a miei conoscenti americani ed inglesi, e loro mi hanno risposto: “Riccardo, non comprerei mai un disco con quel titolo perché sembra un nome di un dolce italiano, tipo la Cassata!” (risate generali) Quindi l’idea era buona, ma andava modificata la resa, ed è così che siamo giunti ad “Hail” (grandinata n.d.r.), che ha lo stesso concetto dell’originale “Storm”, ma suona decisamente meglio per tutti.

Già che parliamo di parole, parliamo anche di testi: li trovo molto più intimi rispetto al tuo passato, c’è sempre l’arte e la storia, ma anche molto più Riccardo…addirittura su “Gioia Di Vivere” si scorge una serenata. Come mai questa scelta?

Hai colto perfettamente nel segno! (risate) Diciamo che, come ti accennavo prima, quest’anno è stato un anno particolarmente turbolento: ho chiuso una relazione durata otto anni, e quindi diciamo che c’è stata una bella rivoluzione in ambito sentimentale. Quindi, rispetto al passato, la mia persona si è fatta sentire maggiormente all’interno dei testi, ed è per questo che hai avvertito questa differenza.

C’è un verso, tra tutte le parole che hai scritto per il nuovo disco, che senti rappresentativo di tutta l’opera?

Oddio…(pausa di riflessione) No, devo dire di no, ma perché tutte le parole non è che sono state propriamente scritte in un periodo di tempo lungo, piuttosto sono state lasciate stagionare a lungo. Vedi, questa è una cosa che dico spesso e che amo ripetere: quando noi scriviamo qualcosa, lì per lì ci sembra tutto bellissimo; ma poi, se facciamo in modo di dimenticarcela lasciandola riposare un mese, ad esempio, quando la riprendiamo in mano ci ritroviamo ad avere anche il punto di vista del critico, ovvero quel punto di vista più distaccato che ti consente di valutare con maggiore obiettività se le cose che hai scritto inizialmente sono valide o fanno schifo. Io ho cercato di applicare questo metodo a tutti i brani, sia nei testi che nella musica, cercando di migliorare la qualità media dell’intero album, per questo motivo non riesco a trovare un particolare verso o pezzo che possa essere rappresentativo dell’opera.  

Musicalmente, invece, c’è un’aura molto più progressiva, molti richiami alla struttura canzone degli Anathema che ho scorto molto chiaramente, ad esempio, nella seconda parte di “Paestum”…


Ah sì, certo! Lì ci abbiamo messo il reverse, che è un elemento spesso utilizzato dagli Anathema, quindi per quello avrai scorto questa assonanza…

Altroché! Il Reverse che dici mi sembra proprio lo stesso che si sente su “We’re Here Because We’re Here”…


Questo perché io e Danny (Cavanagh n.d.r.) utilizziamo lo stesso, identico, pedale! (risate) Me l’ha consigliato lui, dicendo che era il migliore, quindi mi sono messo ad usarlo pure io! (risate generali)  

Fantastico! Però, tornando alla domanda: al di là del “progressivo” usato in questi termini propri, io direi che il disco nuovo è progressive proprio grazie al fatto che i brani respirano, hanno una loro naturale vita… Come sei arrivato a tutto questo?

In effetti, ho iniziato ad ascoltare band storiche che prima ignoravo del tutto; visto che ho degli ascolti musicali molto da sottobosco, come il neofolk britannico oppure la musica medievale del ‘200-‘300, avevo anche perso di vista molti altri nomi importanti contemporanei, come i Sigur Rós, i Pink Floyd – che conoscevo, ma a livello molto superficiale. Ho, quindi, cominciato ad approfondire queste formazioni progressive e la cosa ha trovato un riscontro anche nella musica che compongo io. Poi, ti dico che avevo proprio l’intenzione di scrivere un album dove la tipica struttura della canzone A-B-A (strofa, ritornello, strofa) fosse infranta, e quindi molti brani del nuovo disco hanno una progressione costante per cui la prima parte della canzone non viene ripresa alla fine, un particolare mi piace molto quando lo ritrovo, come ascoltatore, in altri dischi.

In questo disco hai collaborato con Duncan Patterson, e con Danny Cavanagh ancor prima in sede live: hai per caso già fatto sentire loro il nuovo disco? Che ne pensano?


Sì, a Duncan il disco è arrivato proprio la settimana scorsa e mi ha detto che gli è piaciuto un sacco. Già aveva avuto modo di ascoltare alcune anteprime prima del prodotto finito, e già in quell'occasione gli era piaciuto molto quello che aveva sentito, altrimenti non avrebbe collaborato (risate). Dico questa cosa con la massima sincerità: io ho fatto un grande investimento economico per “A Hail Of Bitter Almonds”, ma non riguarda affatto le collaborazioni che sono avvenute tutte per spontanea volontà degli ospiti che hanno espressamente richiesto di poter collaborare su questo nuovo disco. Nessuno di loro l’ha fatto per un ritorno economico, o per un aumento di prestigio – visto che sono tutte persone molto più note di noi – e questa è una cosa che mi rende particolarmente felice.

Parlando di investimento economico, penso tu ti stia riferendo al mastering fatto agli Sterling Sound di New York…

Non solo, anche l’incisione è stata molto lunga e molto laboriosa, fatta in uno studio non così famoso come gli Sterling, ma comunque ottimamente messo per quanto riguarda l’attrezzatura, quindi giustamente anche abbastanza costoso.

Bene, perché ti dico che “A Hail Of Bitter Almonds” è l'cordeoblique_2011_01aalbum che suona meglio nella tua discografia!

Meno male, perché se così non fosse, mi sarei impiccato! (risate)

Significa, però, che funzioni anche come produttore, visto che te lo sei prodotto da solo. Stai mica forse pensando di andare a fare il produttore per qualcun'altro?


Non so, non so… L’ho proposto adesso ad un gruppo di amici di fare loro da produttore, ma sinceramente, ora come ora, non ho la forza per lanciarmi con decisione in questa cosa.

Ho visto che è tornato Sergio Panarella alle voci, il che significa che adesso hai tutti gli Ashram al tuo servizio!

Sì, ma è da tempo che è così, dai! (risate) In “Volontà D’Arte” già Sergio cantava un brano, ma in effetti adesso sul disco nuovo stanno tutti e tre insieme.

Ecco, i fan degli Ashram adesso ti vorranno ancora più bene, perché inevitabilmente i tempi per il leggendario disco nuovo degli Ashram si dilungheranno ulteriormente! (risate)


Guarda, ti dico questo: ogni volta che vedo i ragazzi, dico loro che devono farlo sul serio questo disco nuovo, anche perché sono io il primo ad apprezzarli tantissimo, altrimenti non chiederei loro di collaborare con me! Scherziamo sempre su questa cosa, sono loro i primi a dire che il disco nuovo degli Ashram lo faranno tra vent'anni, e nel mentre vengono a suonare sui dischi di Corde Oblique!

Come storico dell’arte, ti si lasci ispirare nella musica dai luoghi e dalle opere. Ma c’è un particolare luogo o una particolare opera dove sia il Riccardo Prencipe storico dell’arte che il musicista Corde Oblique hanno trovato entrambi la massima ispirazione e sinergia?

Sicuramente la Villa di Poppea di Oplonti, a cui è stata dedicata “Arpe Di Vento”, una fascinazione avvenuta molto di recente perché io, come storico dell’arte, mi sono soffermato sempre sui periodi post-cristianesimo ed ho tralasciato la fase archeologica. Però, siccome adesso sto anche lavorando come guida turistica, mi sono dovuto interfacciare con diversi siti archeologici, e questa villa è stata una scoperta incredibile! E’ piuttosto snobbata dai visitatori di Pompei ed Ercolano, ma è una villa con degli affreschi di una qualità sensazionale, e quindi meritevole non solo di essere visitata, ma anche di dedicarci una delle mie canzoni.

E quali sono stati i luoghi e le opere che hanno ispirato maggiormente “A Hail Of Bitter Almonds”?


Sicuramente la Villa dei Misteri a Pompei che è stata la fonte di ispirazione per “Slide”, poi l’Atrio del Cavallo la Valle del Gigante che è un posto dove ho fatto le foto promozionali per “The Stones Of Naples”. Quello è un luogo davvero particolare: si trova ai piedi del Vesuvio, dove si trovano delle rocce laviche ricoperte da un lichene grigiastro, che dona questo colore unico e bellissimo e ti sembra quasi di stare sulla luna.

Parlando di Pompei, cosa ne pensi dei crolli che hanno afflitto quel sito archeologico in tempi recenti?

Ci sono diverse cose da considerare su questa questione. E’ vero che Pompei è uno dei siti archeologici più visitati d’Italia, probabilmente il più visitato d’Italia, quindi certamente hanno una quantità incredibile di denaro che entra, denaro che, certamente, dovrebbe anche essere investito per mantenere correttamente il tutto. Però, sono vere anche altre cose: la Casina che è crollata è un’opera che ha l’80% di elementi murari ricostruiti nel ‘900, quindi il tetto e le pareti di seconda altezza che stavano sotto restauro erano, in pratica, “false”, ovvero è crollato un elemento che non apparteneva in origine alla struttura. Seconda cosa: quella Casina nessuno se la filava, nessuno chiedeva di visitarla, era davvero un luogo secondario del sito. Terza cosa: è naturale che se abbiamo una città romana scavata dopo 1700 anni di conservazione sotto la lava, questa si ritrova improvvisamente in balia degli agenti atmosferici, per cui è soggetta ad un naturale deterioramento, oltre che a quell’immensa folla che la attraversa ogni giorno. Ultimo punto: ci sono posti di Pompei molto più critici, come le Terme del Foro dove ci entrano migliaia di persone al giorno che camminano sopra un mosaico antico su cui sarebbe bene, invece, mettere un vetro, per preservare l’opera. Quindi, non è un problema della Casina che è crollata il segnale della cattiva gestione di Pompei, i problemi sono ben altri, e pensassero piuttosto a sistemare quelli, che non preoccuparsi di un tetto novecentesco che è crollato.

Ultima domanda allo storico dell’arte (un aspetto interessante della tua persona che credo valga la pena di eviscerare, ogni tanto): come credi che verrà ricordata nel futuro l’era che stiamo vivendo adesso?

Il problema è questo: noi, in questo momento, abbiamo un problema di visuale, siamo come ipermetropi di fronte a tutto quello che ci sta succedendo; essendoci troppo sotto col naso, non riusciamo ad avere una visuale oggettiva di tutte le cose, un po’ come quando, all’epoca del Caravaggio, gli toglievano i quadri dalle chiese dicendogli: “Tu fai i Santi con i piedi sporchi, quindi queste opere non si possono esporre!”, e questo nonostante la sua qualità come artista era considerata già da allora altissima. Allo stesso modo, noi oggi non abbiamo un punto di vista sufficientemente distaccato nei confronti di chi fa arte nel presente, e quindi non lo possiamo giudicare. Certamente, chi è molto dentro all’arte contemporanea sicuramente avrà più strumenti rispetto a noi per poter elaborare un giudizio, il problema dell’arte contemporanea, però, è che spesso è un elemento governato dalle leggi di mercato, per cui succede che un artista che ha grosse risorse economiche alle spalle possa permettere un ufficio stampa serio che gli possa, quindi, permettere di lavorare certamente meglio rispetto ad un artista che magari ha anche un qualche cosa di più significativo da dire, ma però non ha una certa agiatezza. Perché, e questo va detto con la massima onestà, gli artisti che si possono permettere di vivere con la loro arte non dico che sono inesistenti, ma quasi: non è davvero più possibile farlo al giorno d’oggi, e questo è un grosso problema.

 

cordeoblique_2011_02
 

Ho capito. Torniamo invece adesso sui lidi musicali: una volta ti dissi che una collaborazione tra te e Carmen Consoli sarebbe stata spettacolare, perché la vostra musica ha dei punti di contatto non indifferenti, sotto la superficie. Riusciresti a scrivere una canzone per lei, vista la tua capacità di scrivere canzoni in base alle voci?

Sì, esatto, è proprio quello che so fare un po’ meno peggio rispetto alle altre cose: costruire canzoni attorno alle voci. Lei ha fatto un album che si chiama… aspetta …“Eva Contro Eva”! Quell’album io lo apprezzo tantissimo: bellissimo, maturo, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista lirico. L’ultimo, invece, diciamo che non mi ha fatto impazzire, mentre in tutti i dischi precedenti c’erano delle buone idee, anche se piuttosto acerbe, cosa pienamente giustificata dal fatto che lei era estremamente piccina. Sarebbe bellissimo scrivere un brano per lei, come no, solo che, temo, viaggiamo su binari di notorietà – ahimè – molto differenti! (risate)

Magari anche lei – o chi per lei – fa come ha fatto Tiziano Ferro con i Linea 77: legge questa intervista dove tu esprimi la voglia di collaborare con lei, e finite per fare una canzone insieme!


Magari! Speriamo che sia come dici tu!

Visto che hai accennato ai livelli di notorietà: ti premetto che nella mia testa oramai voi siete ben lontani dall’essere emergenti, ma voglio comunque chiederti – proprio perché il tuo bagaglio culturale e discografico ti consente quel punto di vista distaccato che ti piace tanto – se per te c’è una differenza tra emergere facendo folk, ed emergere facendo altri generi musicali, come il rock ad esempio, oppure se pensi che tutti gli emergenti siano sulla stessa barca.

Assolutamente no: c’è una grossa difficoltà ad emergere facendo musica folk, e l’unica artista che mi viene in mente che sia riuscita a sfondare ed avere un successo clamoroso con questo genere è Lisa Gerrard; perché, voglio dire: a parte lei, di altre “folk star” non ce ne sono.

Mmmhh… e di Loreena McKennitt che mi dici?

Sì, certo, Loreena è sicuramente una star, ma attenzione: una cosa è il folk, ed una cosa è il new age di fascinazione celtica e lirica. Io adoro Loreena McKennitt, però non sta ai livelli di Lisa Gerrard quanto ad osare. La Gerrard ha fatto un sacco di cose, anche a livello di colonne sonore e progetti paralleli, quindi io credo che in effetti ci sia un problema nel genere musicale proposto. D’altronde, i modi per sfondare oggi, soprattutto senza una costruzione qualitativa e di sostanza come la gavetta che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo noi, sono solo uno, ovvero la TV; quindi, uscire con progetti spazzatura alla “X-Factor”, che tuttavia porta a risultati molto blandi nel tempo, i classici fuochi di paglia che si esauriscono nel giro di un anno, dischi che magari riescono anche a dare un aiutino economico agli artisti, ma che poi passano, perché quelle cose non se le ricorda nessuno dopo un anno: stanno nell’ipod del 15enne che se li scarica, e poi vengono spazzati via. E meno male che è così! (risate)

Stai pianificando un tour per promuovere il nuovo disco? Possiamo aspettarci di vederti in giro per l’Italia?

Ecco, questo è un altro discorso che possiamo ricondurre a quello che abbiamo appena chiuso. Il tour partirà il mese prossimo, visto che la versione italiana del disco uscirà a metà maggio. Non è una cosa facile lavorare sul tour, diventa sempre più difficile riuscire a fare un concerto pagato non dico bene, ma sfiorando i minimi sindacali, e questo credo che dipenda anche dai tagli alla cultura e quant’altro.

Riguardo a questo aspetto, c’è da dire che c’è una stramba bipolarità nel pubblico ai concerti, lo vedo come giornalista. Voglio dire: io leggo continuamente sulle tue pagine Facebook che la gente chiede a gran voce di vederti nei pressi della loro città, poi quando ti muovi succede come quando sei venuto qui a Bergamo, dove il pubblico era composto da dieci persone circa…

Guarda, hai ragione. Ti dirò anche che la mail più frequente che mi arriva, ne ricevo tipo una settimana di questo tipo, è: “Ciao Riccardo, ti scrivo da questa città. Ma quando suonate nella mia città? Non suonate mai!”. Ho preparato una risposta oramai standard per queste richieste, che è: “Non è che io posso decidere di venire a suonare nella tua città da solo, ci deve essere un rapporto con un organizzatore della tua città. Una cosa che potresti fare, quindi, è cercare di proporci ad un promotore della tua città”. Questa è una cosa concreta che andrebbe fatta: io vorrei tanto andare a suonare in diverse città, ma non è una cosa che io posso fare. Quindi, il fatto di proporre pochi concerti non dipende da noi. Quello che poi io posso chiedere alle persone è di fornire, ovviamente, una risposta concreta, quindi venire a quei benedetti concerti organizzati con fatica, oppure comprarsi il disco: perché se noi sputiamo il sangue per fare questa musica, allora anche noi dobbiamo chiedere un minimo sforzo da parte del pubblico, se vogliamo che questa cosa funzioni. Faccio un esempio concreto sulla mia persona: io sono un grande fan dei Radiohead, l’ultimo disco non l’ho comprato perché non mi piace, ma tutti gli altri sì, quindi è così che deve essere, perché così fornisco un minimo di risposta agli artisti (per quanto forti già di loro siano i Radiohead).

Dai Riccardo, per me è davvero tutto adesso! Ti ringrazio tantissimo per essere stato con noi e per la pazienza, come per tutti gli artisti che intervisto il momento finale è quello del messaggio libero per i nostri lettori, quindi: prego, il microfono è tutto per te!


Ringrazio tutti perché sento di avere un seguito che si fa sentire, che dice quello che pensa, e questa è una cosa importante perché il dialogo deve essere sempre fatto in due; quindi, finché sentiremo che c’è risposta ed apprezzamento, noi andremo avanti.




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